Nomadi digitali, il visto è un flop: freelance in fuga dall’Italia dopo 90 giorni

Burocrazia, requisiti rigidi e pochi incentivi: perché l’Italia non riesce ad attrarre né trattenere i lavoratori digitali stranieri

Pubblicato:

Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Il visto per nomadi digitali è stato introdotto per invogliare i lavoratori digitali a vedere l’Italia come un Paese affidabile per il loro stile di vita. L’iniziativa, realizzata nel 2024 attraverso il decreto del 29 febbraio, ha introdotto un visto per favorire l’insediamento nei borghi e nelle aree interne e cercare così di contenere il fenomeno dello spopolamento.

A distanza di due estati, periodo nel quale si poteva immaginare un maggior numero di arrivi di nomadi digitali in Italia, non ci sono dati per dire com’è andata davvero. Ma quello che emerge dai rapporti di settore, come quelli prodotti dall’Università Ca’ Foscari, è che l’Italia continua a non essere una destinazione appetibile e i nomadi digitali. Dopo 90 giorni, il tempo del visto turistico, scappano. Il problema sarebbe la burocrazia e requisiti troppo stringenti e difficili da possedere per un nomade digitale. Così la soluzione italiana per i nomadi digitali viene chiamata “flop”.

Il visto per nomadi digitali non ha funzionato

Era il 29 febbraio 2024 quando, con un decreto, si è introdotto il visto per i nomadi digitali. L’obiettivo dichiarato all’interno del testo era quello di attrarre professionisti al di fuori dell’Unione Europea e quindi favorirne l’insediamento nei borghi o nelle aree interne che sono considerate ancora oggi a rischio spopolamento. L’idea faceva parte del Piano strategico nazionale per le aree interne contro lo spopolamento.

Cosa ne è del visto per nomadi digitali? Esiste, ma la burocrazia sembra non aver attirato più nomadi digitali di quelli che già in autonomia frequentavano il Paese. Questi arrivano, restano i giorni relativi al visto e poi se ne vanno. Di certo non restano nel Paese, non pagano le tasse e non ripopolano i borghi abbandonati o quasi.

L’idea era avere uno strumento per attrarre lavoratori stranieri altamente qualificati e quindi tentare di convincerli a restare nel nostro Paese, ma i dati dicono che non è andata bene. La risposta arriva dall’Associazione italiana nomadi digitali, che ha collaborato al quarto rapporto sul nomadismo digitale in Italia, dal confronto con dati come Nomad List e banalmente dai commenti pubblici su Reddit.

Cosa non piace dell’Italia?

Per chi ama il proprio Paese, dal mare alle montagne, la ricchezza della cucina italiana e la bellezza storico-artistica e paesaggistica può sembrare strano credere che qualcuno, una volta arrivato, non resti folgorato e non rimanga a vivere qui. Eppure è così e i motivi sono tanti e gli stessi di cui ci lamentiamo anche noi cittadini.

Il principale problema, anche per i nomadi digitali, è la burocrazia. Sul Reddit sono diversi i commenti che spiegano perché l’Italia non è un posto per nomadi digitali. Si possono anche chiamare “le cause del flop”, che emergono anche dalle testimonianze raccolte dall’osservatorio dell’Associazione italiana nomadi digitali.

Burocrazia è un termine ampio, ma nello specifico qual è il problema dei nomadi digitali in Italia? I problemi sono relativi allo stesso visto, che è difficile da ottenere. Per esempio, serve presentare il contratto di affitto annuale prima ancora dell’approvazione del visto e poi la soglia di reddito, pari a circa 28.000 euro annui.

Si tratta di una cifra piuttosto elevata per chi, come i lavoratori freelance che fanno i nomadi digitali nella maggior parte dei casi, non riesce a mantenerla con continuità. Si tratta di redditi molto variabili e non sempre facilmente dimostrabili. Il risultato è che i nomadi digitali extraeuropei entrano in Italia solo come turisti, restano per 90 giorni e poi se ne vanno. Altro che diventare residenti, pagare le tasse e trasferirsi nei borghi a rischio spopolamento.

Nomade digitale o turista?

Il problema, secondo il presidente dell’Associazione italiana nomadi digitali, è che l’Italia guarda a questi lavoratori extraeuropei come turisti e non come professionisti. Li vede come viaggiatori con il computer sempre nello zaino e non come potenziali abitanti.

Nel rapporto si legge che le istituzioni e gli operatori locali leggono il fenomeno dei nomadi digitali soprattutto come un’opportunità per destagionalizzare i flussi turistici tradizionali e valorizzare le aree meno note, trascurando il potenziale trasformativo di medio-lungo periodo di questa realtà.

Questa visione ristretta del nomadismo digitale lascia però l’Italia ai margini di un fenomeno globale in crescita, che tra il 2024 e il 2025 è stimato tra i 40 e gli 80 milioni di persone.

Se c’era una proposta che poteva lavorare bene insieme al visto per i nomadi digitali era quella di un’agevolazione fiscale per lavoratori stranieri che si trasferiscono con la residenza fiscale in Italia, anche lavorando da remoto per aziende straniere. L’emendamento, proposto in Manovra ma che non è passato, ipotizzava una tassazione ridotta del 50% sui redditi prodotti in Italia fino a un massimo di 600.000 euro annui.

Le proposte per il nomadismo digitale in Italia

Il nostro Paese non ha nulla in meno rispetto ad altri per essere una destinazione favorita dai nomadi digitali. Non solo perché è molto apprezzato per cucina e cultura, ma anche per via dei prezzi più bassi rispetto ad altre località con le quali può competere.

Per farlo funzionare, però, bisogna cambiare approccio e l’Associazione italiana nomadi digitali ha proposto alcune misure. Per esempio, una semplificazione delle procedure per il visto, come la creazione di una piattaforma nazionale dove un lavoratore straniero può ottenere tutte le informazioni necessarie.

Tramite questa potrebbe trovare contratti di locazione, incentivi e agevolazioni per chi vuole trasferirsi nelle aree interne e rurali e passare così da nomade digitale a residente. Proprio per questo si propone anche l’introduzione di una nuova figura giuridica, quella del “residente temporaneo di comunità”, così da radicare il nomade digitale nel territorio e non farlo sentire una semplice presenza di passaggio.

Il fenomeno esiste, c’è e si sviluppa in tutto il mondo. Perché l’Italia deve restarne fuori? Basterebbero poche accortezze per rendere il Bel Paese anche una bella destinazione per i nomadi digitali.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963