Fuga di cervelli, quanto costa all’Italia: fino a 11,4 miliardi ogni anno

Oltre il conto economico per la formazione, secondo uno studio del Teha Group la partenza dei laureati non si limita a sottrarre risorse, ma influisce pesantemente sul Pil.

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Ogni anno migliaia di lavoratori qualificati scelgono di abbandonare l’Italia. La loro emigrazione rappresenta uno dei fattori con il maggiore impatto sull’equilibrio economico e produttivo del Paese.

Durante i lavori del Forum di Cernobbio è stato presentato lo studio realizzato da Teha Group in collaborazione con Philip Morris Italia. L’analisi dei flussi di capitale umano in uscita e la quantificazione dei relativi costi per il sistema pubblico è integrata da un’ipotesi di percorso strategico per evitare una tale dispersione.

Quanti sono i cervelli in fuga e quanto impattano sul bilancio pubblico

Nel 2024 più di 141.000 cittadini italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero. Di questi, circa 45.000 possedevano un titolo di laurea. Su base decennale, il saldo dei trasferimenti mostra una perdita di circa 300.000 profili ad alta specializzazione. Per il 2025 i rilevamenti preliminari indicano una riduzione dei flussi registrati all’Aire pari al 22,7%, da ricondurre anche all’introduzione di nuove procedure amministrative di iscrizione.

L’Italia spende ogni anno circa 7,2 miliardi di euro per il percorso di istruzione di quei laureati che poi decidono di espatriare. Nel momento in cui al costo diretto della formazione si somma la stima del valore aggiunto mai generato sul territorio nazionale, secondo l’analisi del Teha Group l’impatto economico complessivo sale a una cifra compresa tra i 10,7 e gli 11,4 miliardi di euro su base annua.

In cosa sono laureati i cervelli in fuga

I laureati in uscita si concentrano maggiormente nei settori ad alta specializzazione e a forte contenuto tecnologico, dove il divario retributivo e la carenza di investimenti in ricerca rendono i mercati esteri più attraenti. Le principali discipline coinvolte dall’esodo riguardano quattro ambiti prioritari:

La rilevazione tra le imprese e i fattori di attrazione esteri

L’indagine condotta su un campione di vertici aziendali della business community di Teha rileva che il 93,9% degli intervistati considera l’emigrazione dei talenti un elemento di criticità; circa la metà delle aziende individua ripercussioni sulla gestione operativa e sulla competitività.

Tra i motivi alla base della scelta di trasferirsi all’estero:

Per limitare le uscite, il 75% delle aziende interpellate dichiara di aver attivato strumenti interni incentrati su formazione, flessibilità organizzativa e percorsi di carriera.

Le proiezioni economiche e i punti della Roadmap

Le proiezioni dello studio delineano due possibili tendenze da qui al 2035.

In assenza di modifiche di contesto, si stima una perdita di 760.000 laureati, con un mancato recupero di 120 miliardi di spesa formativa e un effetto negativo sul Pil potenziale valutato fino a 307 miliardi.

Il documento prospetta un piano di interventi articolato su cinque interventi principali:

Secondo le stime riportate nel report, l’applicazione integrata di tali misure potrebbe portare a un recupero stimato di almeno 119.000 laureati entro il 2035 e a un incremento del Pil potenziale valutato fino a 11,1 miliardi di euro all’anno, nello scenario di massima adesione.

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