Salario giusto, nel decreto lavoro cambia tutto in attesa della fiducia

Il principio del salario giusto, al centro delle polemiche parlamentari dell'ultima settimana, termina l'iter con la fiducia delle Camere

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Dopo un iter parlamentare segnato da forti tensioni politiche e sindacali, il Decreto Lavoro sta arrivando alla Camera, che dovrà votarlo insieme alla fiducia al Governo. Al centro del dibattito in Camera e in Commissione ci sono il nodo del salario giusto e l’ipotesi ritirata di includere i contratti collettivi equivalenti nel sistema di verifica delle retribuzioni ai fini degli incentivi occupazionali.

Il Governo ha scelto di blindare il testo per accelerarne l’approvazione ed evitare ulteriori modifiche in Aula, chiudendo così un passaggio legislativo che nelle ultime settimane ha visto un irrigidimento del confronto tra maggioranza, opposizioni e parti sociali.

Cos’è il salario giusto nel decreto lavoro e come funziona il Tec

Il percorso del Decreto Lavoro inizia il 30 aprile, quando il Consiglio dei ministri approva un intervento su incentivi occupazionali e contrattazione collettiva, introducendo il principio di salario giusto.

Nel testo originario le imprese che desiderano accedere a incentivi pubblici devono applicare ai lavoratori un trattamento economico non inferiore a quello previsto dai Ccnl sottoscritti dai sindacati più rappresentativi. Il parametro tecnico attraverso cui si individua la retribuzione è il Tec (trattamento economico complessivo), che viene calcolato sommando la paga base alle indennità, alle mensilità aggiuntive ed eventuali altre componenti accessorie.

Decreto lavoro e contratti collettivi: il ruolo dei Ccnl maggioritari

Durante la prima settimana di maggio, quando il decreto viene rimaneggiato in commissione, si valuta l’ipotesi di allargare il novero dei contratti da quelli stipulati dai sindacati confederati a quelli cosiddetti comparabili, denominati come collettivi equivalenti. L’intento sembra quello di ampliare il perimetro di monitoraggio del salario giusto, non di sostituire il sistema contrattuale.

Tuttavia, il testo non chiarisce chi certifichi l’equivalenza né quali parametri la definiscano. Questo apre un margine interpretativo molto ampio che viene letto, sul piano politico e sindacale, come una possibile legittimazione indiretta dei cosiddetti contratti pirata.

Secondo le principali organizzazioni sindacali confederali, e le opposizioni parlamentari, anche una funzione di monitoraggio dei contratti equivalenti rischierebbe di produrre un effetto di normalizzazione di contratti meno tutelanti.

Contratti equivalenti e salario giusto: la modifica contestata in Parlamento

Tra il 13 e il 15 maggio 2026, il testo del Decreto lavoro viene modificato, andando verso un ridimensionamento della clausola dei contratti, che non possono più essere considerati come riferimento operativo del salario giusto, ma al massimo come elemento di confronto tecnico. Anche questa formulazione, però, non convince del tutto, cosa che porta la maggioranza a eliminare ogni riferimento ai contratti equivalenti.

Dunque, il salario giusto si desumerà dal trattamento economico complessivo derivante dai Ccnl. Per quanto riguarda, invece, gli incentivi statali alle aziende, saranno accordati solo qualora si ricorra alla contrattazione collettiva maggioritaria.

Il decreto dovrebbe ricevere nella giornata di oggi la votazione finale, con la fiducia, per bloccare ulteriori interventi parlamentari e a garantire l’approvazione del testo nella versione finale.

Il salario giusto: un principio ambiguo

Il punto centrale delle critiche, però, riguarda proprio l’ambiguità originaria del concetto di salario giusto. Il decreto, infatti, non introduce un salario minimo, ma costruisce un sistema che si affida alla contrattazione collettiva come parametro di riferimento.

Sebbene il Tec possa essere considerato uno strumento utile per considerare il salario in modo complessivo, rimane comunque un indicatore composito, non confrontabile in modo quantitativamente uniforme tra contratti diversi.

Inoltre, il decreto assume la rappresentanza sindacale come criterio guida senza introdurre un meccanismo di certificazione pubblica della rappresentatività stessa, cosa che lascia un margine di incertezza su quali siano davvero i contratti abilitati a definire il salario giusto.

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