Critica sindacale, scatta la sanzione disciplinare: quando è legale per la Cassazione

Sanzioni disciplinari ai sindacalisti, ecco cosa si può dire e quando scatta la sanzione. La sentenza che fuga i dubbi

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

La libertà di critica è un pilastro della democrazia. Lo è per ogni cittadino e, a maggior ragione, per chi svolge attività sindacale. Ma è pur vero che anche la critica più aspra incontra dei limiti. A ribadirlo è la Corte di Cassazione con la sentenza 2844/2026, destinata a diventare un punto di riferimento sul delicato equilibrio tra libertà sindacale, diritto di espressione e tutela dell’immagine della Pubblica Amministrazione.

La decisione chiarisce un principio fondamentale. Il sindacalista può esprimere giudizi severi, anche su temi di rilievo politico o istituzionale ma non può formulare accuse gravi, prive di un solido supporto dei fatti reali. Vediamo più da vicino la decisione dei giudici.

Irregolarità concorsuali e accuse alla PA: il caso

Il caso nasceva all’interno dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Una funzionaria dell’ente, dirigente sindacale di una sigla rappresentativa, aveva partecipato a una trasmissione televisiva nazionale dedicata a presunte irregolarità in un concorso interno per il passaggio di area.

Alcuni anni fa, la procedura concorsuale era stata effettivamente annullata per diverse criticità, finendo all’attenzione della magistratura. Nel corso dell’intervista, però, la sindacalista non si era limitata a denunciare le irregolarità.

Aveva collegato quelle vicende a uno scenario molto più ampio. Nella trasmissione, infatti, aveva parlato di una presunta strategia volta a creare una “classe dirigente fedele”, funzionale — a suo dire — a una politica di pressione sui piccoli contribuenti e di sostanziale impunità per i grandi evasori fiscali.

Queste affermazioni non furono gradite all’amministrazione. Secondo la datrice di lavoro, infatti, avevano superato il limite legale della legittima critica. Ledevano, insomma, il dovere di fedeltà della funzionaria, creando inoltre un danno all’immagine all’Agenzia. Per questo motivo, alla donna fu inflitta la sanzione disciplinare del rimprovero verbale.

Il procedimento per condotta antisindacale

La lavoratrice e la sua organizzazione sindacale reagirono, attivando il procedimento speciale contro la condotta antisindacale (art. 28 dello Statuto dei Lavoratori). Sostennero, infatti, che l’iniziativa disciplinare fosse un tentativo di “zittire” l’attività di denuncia sindacale.

Tuttavia, sia il tribunale sia la corte d’appello di Roma respinsero il ricorso. Il procedimento speciale infatti protegge interessi collettivi del sindacato, non il singolo lavoratore in quanto tale.

Inoltre, una sanzione disciplinare può rivelarsi antisindacale soltanto se:

In questa vicenda, i giudici di merito non ravvisarono questi presupposti. La questione approdò così in Cassazione.

I limiti del diritto di critica individuati dalla Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della sanzione, cogliendo l’occasione per ribadire i criteri che delimitano il diritto di critica, anche quando esercitato in ambito sindacale.

A questo diritto c’è un fondamento costituzionale, ma la libertà di manifestazione di pensiero e la libertà sindacale — ha spiegato la Corte — devono essere bilanciati con:

La giurisprudenza ha individuato tre indici fondamentali, per valutare la critica:

Pertinenza

Anzitutto la pertinenza. La critica, infatti, deve riguardare questioni sull’attività lavorativa o sindacale, oppure aspetti che abbiano un collegamento con la tutela degli interessi dei lavoratori o con la gestione dell’ente.

È ammesso anche uno sconfinamento sul piano politico o istituzionale, come già riconosciuto dalla Corte Costituzionale (sentenza 290/1974). Ma il discorso deve restare ancorato a un interesse concreto, senza trasformarsi in una generalizzata delegittimazione dell’istituzione.

Continenza formale e sostanziale

C’è poi la continenza formale, riguardante il modo dell’espressione. Le parole utilizzate non devono essere gratuitamente offensive o volgari. Qui la Cassazione ha escluso che il linguaggio usato dalla sindacalista fosse, di per sé, sconveniente o aggressivo. Il problema, però, non era la forma, ma il contenuto.

L’indice chiave è, infatti, la continenza sostanziale. Infatti, quando la critica si fonda su fatti, questi devono essere:

Non è richiesta, quindi, una verità assoluta. Ma l’accusa verbale deve essere ragionevolmente fondata, altrimenti il rischio di una violazione disciplinare è alto.

La differenza tra deduzione plausibile e illazione

La Cassazione ha compiuto una distinzione netta. Da una parte, era corretto affermare  che un concorso irregolare possa aver favorito dei “raccomandati”, creando canali preferenziali di accesso ai posti pubblici. Questa, infatti, era una deduzione logicamente plausibile, ancorata a irregolarità accertate.

Dall’altra, vìola il diritto costituzionale di critica sostenere che quelle irregolarità siano funzionali a creare una classe dirigente fedele e, come ha scritto la Corte:

disposta ad attuare politiche di vessazione fiscale ad esclusivo danno dei piccoli contribuenti, lasciando impuniti i grandi evasori.

Per i giudici, questa ricostruzione era priva di qualsiasi riscontro nei fatti, anche soltanto indiziario. Era una pura illazione. E proprio qui si è superato il confine pertinenza e della continenza sostanziale.

Il tema della fiducia tra Stato e cittadini

Un passaggio della decisione è particolarmente significativo. La Corte ha sottolineato che affermazioni di questo tipo sono in grado di minare il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato su un tema delicatissimo, come l’imposizione fiscale.

Non solo. Nel pubblico impiego la diffusione di notizie allarmistiche e non documentate assume una gravità maggiore. Incide sulla credibilità dell’istituzione. Ecco allora che il diritto di critica non può tradursi nella libera attribuzione di scopi illeciti o atti discriminatori senza elementi concreti.

La Cassazione ha, conseguentemente, confermato la sanzione disciplinare alla donna. Quest’ultima aveva provato a difendersi richiamando anche le tutele speciali del whistleblowing, ma inutilmente.

L’uso di un palcoscenico televisivo per formulare accuse generiche e non documentate su aspetti non direttamente riguardanti le proprie competenze lavorative, non le permetteva di tutelarsi sotto questo profilo.

Che cosa cambia per i sindacalisti e i lavoratori

La sentenza 2844/2026 della Corte di Cassazione segna un punto fermo: la libertà sindacale non è una “zona franca”. Vero è che il dirigente sindacale gode di una tutela ampia — anche maggiore rispetto al lavoratore comune — perché la dialettica sindacale implica toni accesi, con prese di posizione incisive.

Ma, proprio perché le parole hanno un peso maggiore, cresce la responsabilità nel verificarne la base fattuale. E maggiore è il potere di influenza, maggiore deve essere il rigore.

La Cassazione ribadisce un principio giuridico di equilibrio: la critica è il sale della democrazia, ma deve restare ancorata alla realtà.

È una lezione di responsabilità per i sindacalisti e i lavoratori in generale.

Opinioni (anche politiche) e giudizi di valore sono sempre consentiti, a patto che non siano offensivi. Ma l’attribuzione di fatti o finalità gravi richiede sempre un fondamento oggettivo. Se si trasforma in accusa priva di riscontri, non è più esercizio di libertà, bensì comportamento fonte di sanzione disciplinare.

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