Aumentano i contratti a tempo indeterminato, quasi 2 milioni in più da dopo la pandemia

Istat evidenzia la crescita del lavoro di qualità nei settori manifattura e costruzioni, mentre il modello iberico nasconde la precarietà

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Negli ultimi anni, quelli post-pandemia, la ripresa dell’occupazione ha fatto segnare aumenti soprattutto per i contratti a tempo indeterminato. Se con il lockdown erano soprattutto i contratti a termine quelli ad aver subito il maggior crollo, la ripresa del mercato del lavoro è avvenuta con i contratti a tempo indeterminato. Questo non vuol dire che i contratti a termine siano spariti: il loro numero è tornato nella media del pre-pandemia.

Ma tra gennaio 2019 e maggio 2026 sono aumentati di 1,8 milioni di unità i dipendenti a tempo indeterminato, mentre i precari sono 600.000 in meno. Ritmi record per l’Italia, dove si parla di “lavoro di qualità”. Un’indagine della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro ha messo a confronto la crescita dell’occupazione in Italia e in Spagna e ha evidenziato una sorta di illusione del boom del lavoro.

Aumentano i contratti a tempo indeterminato

Fonti Istat mostrano una ripresa dell’occupazione dopo la pandemia che ha un elemento specifico: aumentano i contratti a tempo indeterminato. Si tratta di occupazione di qualità, non di contratti a tempo determinato che, come la pandemia e il lockdown ci hanno insegnato, sono più facili da recidere.

Dopo la crisi della pandemia, il numero di contratti a tempo determinato, crollato a partire dal 2020, è tornato a salire fino a stabilizzarsi su cifre simili a quelle del periodo pre-pandemico. Invece i contratti a tempo indeterminato sono cresciuti di molto, di 1,8 milioni di unità.

Questi numeri non sono però accompagnati da altri che potrebbero invece favorire la crescita del Pil. L’Italia infatti è ferma da almeno 25 anni. Come riportano gli ultimi dati Ocse, dal 1990 al 2024 le retribuzioni reali dei dipendenti italiani sono diminuite dell’1,6%, mentre la media dei Paesi Ocse è salita del 35%.

Un mercato del lavoro “di qualità”

Nel nostro Paese a trainare l’occupazione tra il 2023 e il 2026 sono stati i contratti a tempo indeterminato. Nel report della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro si specifica che a trainare la crescita sono stati alcuni settori specifici (manifatturiero e costruzioni).

Migliorano anche le componenti storicamente più deboli, come l’occupazione femminile e l’occupazione nel Mezzogiorno, che sono aumentate più di altre. Sempre secondo l’approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, la retribuzione media lorda dei dipendenti privati è salita a 27.649 euro (il 14,5% in più rispetto al 2019).

Il confronto con la Spagna

La Fondazione Consulenti del Lavoro fa un confronto con la Spagna, dove si conta un aumento di 1,5 milioni di lavoratori, ma in un contesto diverso. Si parla infatti di un conteggio illusorio perché, a differenza dell’Italia, i contratti non sono a tempo indeterminato classico, ma contratti stagionali.

I vecchi contratti stagionali sarebbero quindi confluiti nel conteggio dei contratti a tempo indeterminato, influenzando in maniera positiva il risultato della Spagna.

In realtà, prosegue l’approfondimento, questi occupati quando sono fermi non risultano pagati, ma non risultano neanche tra i disoccupati. Quindi, a differenza dell’Italia, che punta sull’aumento dell’occupazione di qualità, il modello di crescita iberico si basa sull’aumento della forza lavoro a basso costo, nella quale gli stranieri rappresentano un terzo degli addetti nel settore alberghiero e della ristorazione, il 29% nell’agricoltura e il 26% nelle costruzioni.

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