Api nello spazio: l’esperimento Nasa del 1984 e i favi senza gravità

Durante la missione Challenger del 1984 gli insetti si adattarono all'assenza di gravità e in una settimana costruirono circa 200 cm² di favo

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Luca Incoronato

Giornalista

Giornalista pubblicista e copywriter, ha accumulato esperienze in TV, redazioni giornalistiche fisiche e online, così come in TV, come autore, giornalista e copywriter. È esperto in materie economiche.

Un’ape è in grado di costruire il suo favo perfetto anche in assenza di gravità? Nel 1984 la Nasa provò a rispondere a questa domanda in modo scientifico. Al tempo stesso, però, diede inizio a un esperimento tremendamente curioso, che destò l’attenzione di molti.

Furono spedite nello spazio 3.301 api, così da vedere se sarebbero state in grado di lavorare come sulla Terra. Il risultato finale sorprese non poco. Bastarono infatti appena 7 giorni agli inetti per realizzare circa 200 centimetri quadrati di esagoni. Di fatto il riferimento della forza di gravità è per loro decisamente accessorio.

Per quanto faccia parte della nostra storia spaziale, è un aneddoto che rientra tra quelli poco noti. A renderlo ancora più interessante è il fatto che tutto ebbe inizio grazie all’idea di uno studente. Ecco tutte le fasi dell’esperimento.

Tremila api sullo Shuttle

L’esperimento fece parte della missione STS-41C dello Space Shuttle Challenger, partita il 6 aprile 1984. Un viaggio breve, della durata di quasi 7 giorni, con a bordo astronauti e api operaie. Di queste ce n’erano ben 3.301, tra le quali spiccava un’ape regina.

Ovviamente gli insetti erano chiusi in un modulo apposito, seguendo l’intuizione di Dan Poskevich, giovane studente che aveva realizzato un progetto a tema. Inizialmente le api sbattevano contro le pareti del modulo, del tutto disorientate dall’assenza di gravità.

In pochi giorni, però, avevano già imparato ad adattare il proprio volo alle nuove condizioni, riprendendo il solito lavoro. L’esperimento era però in realtà diviso in due parti. Sulla Terra era infatti presente un “gruppo di controllo”. Nello stesso periodo le api soggette a gravità non avevano costruito nulla, quelle in orbita, invece, avevano realizzato 200 centimetri quadrati di favo, circa.

Gli esagoni spaziali

Altro aspetto molto interessante è dato dal fatto che la struttura realizzata in orbita non era identica a quella solita terrestre. Osservando il favo, infatti, i ricercatori avevano notato delle differenze sostanziali. Le celle avevano un diametro più piccolo e delle pareti più spesse. Il tutto pur mantenendo una profondità simile a quelle costruite sulla Terra.

La regina, invece, aveva deposto circa 35 uova, che però non si sono schiuse dopo il rientro. Per quanto riguarda la mortalità, infine, il tasso rientrava nella norma per una colonia, con circa 20 api decedute. Nel complesso, la piccola comunità di api spaziali aveva continuato a regolare temperatura e umidità, mantenendo la propria organizzazione sociale.

Perché è importante ancora oggi

Di anni ne sono trascorsi ma questo esperimento è molto importante ancora oggi. Al di là della curiosità e di quanto possiamo ritenere carine le api, quanto avvenuto ha dimostrato che le api sono capaci di mantenere comportamenti complessi, costruendo strutture ordinate anche senza un riferimento gravitazionale.

La perfezione geometrica dell’esagono, insomma, non dipende dal “basso” e dall'”alto”, ma è incisa nell’istinto di questi insetti. Un piccolo grande risultato che, a oltre quarant’anni di distanza, continua ad affascinare chi studia il comportamento animale e la vita in condizioni estreme, dai laboratori terrestri fino alle future missioni spaziali.

Un filone di ricerca che ha delle ricadute pratiche:

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