Crisi della pesca, il piano dell’Europa per salvare il mare e i lavoratori giovani

Il piano di Bruxelles punta al ripristino del 30% degli ecosistemi entro il 2030, affrontando la crisi anche con ricambio generazionale dei pescatori

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Gli oceani sono attaccati da ogni parte e la pesca ne risente. Si parla di una vera e propria “crisi della pesca” e i motivi sono svariati. Da una parte l’aumento della temperatura, dall’altra la presenza di microplastiche che soffocano gli ambienti marini e i loro abitanti, e c’è poi la questione dello sfruttamento. Se ne parla a Bruxelles per mettere a punto l’Ocean Act, la legge che dovrebbe essere presentata entro la fine del 2026 per proteggere le acque da un punto di vista ambientale e le economie che ruotano intorno a esse.

Costas Kadis, commissario europeo per la pesca e gli oceani, ha definito l’Ocean Act come un tentativo di stabilire un quadro strategico di riferimento unico per tutte le politiche relative agli oceani. L’approccio della legge sarà “ecosistemico”.

Una politica per mari sani entro il 2030

L’obiettivo dell’Ocean Act è quello di accantonare la politica frammentata utilizzata fino ad oggi per incontrare invece una visione condivisa. I mari europei sono sempre più in affanno tra cambiamento climatico, perdita di biodiversità, inquinamento ed espansione delle attività umane. Tutte realtà che mettono a dura prova l’ambiente marino e le comunità che da esse dipendono.

Fino ad oggi, come riassume Fair Seas, l’Unione Europea ha risposto con un mosaico di strategie politiche e piani d’azione. Allo stesso modo, quindi, i progressi sono stati disomogenei, frammentati e mai davvero attuati coerentemente nei 27 Stati membri. Un approccio che ha limitato l’efficacia degli impegni.

Ora finalmente si punta a una “Unione degli oceani”, una visione condivisa che sarà tradotta in una legge coerente e applicabile da tutti. L’Europa ha accettato le critiche sopraggiunte da associazioni ed esperti che si sono riuniti nel “Manifesto Blu” del 2024, che proponeva una tabella di marcia per mari europei sani entro il 2030.

Che cos’è l’European Ocean Act

Se si riuscisse entro il 2026 a portare a casa un Ocean Act solido, secondo le associazioni, si sarebbe in grado trasformare le ambizioni in qualcosa di concreto. Il primo passo è la protezione e il ripristino dell’ambiente marino, riuscendo a garantire entro il 2030 la protezione del 30% dei mari europei.

La legge in discussione dovrebbe:

Per il responsabile delle politiche marine presso l’Ong Seas At Risk, Rémi Cossetti, la volontà è quella di una legge per gli oceani come la legge sul Clima o la legge sulla Natura, quindi con un quadro di riferimento unico, una normativa vincolante e che integri gli obiettivi della strategia per la biodiversità.

La pesca europea è in crisi

Si tratta di un passaggio fondamentale, non soltanto da un punto di vista ambientale. Ci sono diverse evidenze ormai che raccontano mari sempre più in affanno, dal dibattito sulle microplastiche e l’inquinamento delle acque, fino al riscaldamento dei mari con il Mediterraneo tra i più caldi.

Certamente, un altro aspetto che viene preso in considerazione è il settore ittico. La pesca in Europa è in crisi. Ci sono limiti di cattura, come quelli post-Brexit, difficili da rispettare e il continuo degrado degli ecosistemi.

Prima di poter tornare a parlare di pesca sostenibile, c’è la necessità di sanare i mari. Sempre Cossetti spiega quanto sia fondamentale ripensare al settore della pesca in modo che si adatti ai limiti dell’oceano.

La crisi dei lavoratori

E poi c’è un altro tipo di crisi ed è quella dei lavoratori. Non ci sono abbastanza giovani che intraprendono una carriera nel settore della pesca e non lo fanno soltanto perché è un lavoro fisicamente impegnativo, ma anche perché ci sono costi di ingresso elevati, come l’investimento in un’imbarcazione, e rischi reali di non riuscire ad arrivare a fine mese.

Serve dare un impulso ai nuovi pescatori, spiega Vanya Vulperhorst, direttrice della campagna contro la pesca illegale e per la trasparenza presso l’organizzazione no-profit Oceana Europe. Per farlo si punta a dare accesso preferenziale ai nuovi lavoratori che investono in pesca sostenibile da un punto di vista ambientale e sociale.

Si cerca così di aumentare il numero di pescatori giovani. In un recente studio del Wwf, solo il 17% dei pescatori ha meno di 25 anni, mentre quasi la metà ne ha più di 40. Per il ricambio generazionale servono migliori condizioni di lavoro, la modernizzazione della flotta e un migliore modello di business.

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