Inquinamento, chi paga davvero: costi maggiori con meno leggi ambientali

Abbassare gli standard industriali ambientali aumenta i profitti privati ma anche i costi pubblici, in particolare della salute dei cittadini

Pubblicato:

Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Negli ultimi anni il dibattito sulla competitività dell’Unione Europea si è progressivamente spostato su un terreno scivoloso. Sempre più spesso, il termine competitività viene usato come sinonimo di alleggerimento normativo, a volte di vera e propria riduzione degli standard ambientali. Questa narrazione potrebbe portare il Vecchio Continente ad allargare ulteriormente le maglie legislative della produzione industriale, che comunque ancora garantiscono un ampio margine di manovra anche nella cornice della ricerca della neutralità climatica entro il 2050.

Ma l’idea che l’Europa possa recuperare terreno economico abbassando le tutele ambientali ignora sia i dati economici sia le conseguenze sociali di lungo periodo. Come evidenziato da numerosi analisti, la competitività europea non si costruisce con meno regole, ma con più innovazione, efficienza energetica e investimenti tecnologici. Anche perché a pagarne le spese è già la salute dei privati cittadini.

Competitività come alibi per inquinare come si è sempre fatto

Secondo l’European Environmental Bureau, negli ultimi anni la retorica sulla competitività è diventata sempre più spesso una copertura politica per mantenere modelli produttivi inquinanti, rinviando investimenti e scaricando i costi sulla collettività. Il rischio è che la semplificazione normativa si trasformi in deregolamentazione selettiva, dove i benefici sono concentrati e i danni socializzati.

Questa impostazione ignora un dato fondamentale: l’inquinamento non è gratuito. Semplicemente, non viene pagato da chi lo produce. Ed è proprio qui che il dibattito sulla competitività mostra la sua principale distorsione.

Profitti privati ma costi pubblici per l’inquinamento

Secondo le stime dell’agenzia europea dell’ambiente, l’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo genera ogni anno nell’Unione Europea costi economici compresi tra 300 e 400 miliardi di euro, considerando:

Una cifra che supera ampiamente i risparmi ottenuti da una regolazione più debole.

Chi paga per l’inquinamento in Italia

In Italia l’impatto è particolarmente evidente. Nel 2024 l’Italia è stato il primo Paese in Europa per numero di morti premature dovute all’inquinamento atmosferico, soprattutto al Nord e nelle aree industriali. Si sono contati 80mila decessi, come denunciato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale.

Il dato più rilevante, spesso rimosso dal dibattito pubblico, è il peso sul sistema sanitario.Una quota significativa della spesa del Servizio Sanitario Nazionale è legata a patologie riconducibili a fattori ambientali: malattie respiratorie croniche, cardiovascolari, oncologiche. Si tratta di miliardi di euro l’anno che gravano sui conti pubblici e che non vengono imputati ai settori economici che generano l’inquinamento.

Il meccanismo è semplice e profondamente inefficiente. Quando un’impresa non investe in tecnologie pulite, il risparmio resta privato. Quando l’inquinamento produce malattie, assenze dal lavoro e cure di lungo periodo, il costo diventa pubblico. In altre parole, ridurre gli standard ambientali significa trasferire risorse dal welfare ai profitti, con un saldo complessivamente negativo per l’economia nazionale.

Energia, innovazione e produttività: tutti i nodi

Il problema strutturale dell’industria europea non è tanto l’ambizione climatica, ma l’elevato prezzo dell’energia e il ritardo negli investimenti in efficienza. La dipendenza da fonti fossili importate espone le imprese a shock geopolitici (basta guardare il caso del gas russo) e volatilità dei prezzi, riducendo margini e capacità di pianificazione.

L’efficienza energetica, al contrario, è uno dei pochi strumenti in grado di ridurre contemporaneamente costi, emissioni e vulnerabilità. Non è un caso che le economie più competitive nel medio-lungo periodo, come la Svezia, siano quelle che hanno investito prima in innovazione tecnologica, digitalizzazione e transizione energetica.

Il falso dilemma tra ambiente e crescita

Contrapporre tutela ambientale e competitività significa ignorare la realtà dei numeri. Le politiche ambientali non sono un lusso ideologico, ma strumenti di politica industriale. Possono migliorare la produttività nel tempo e riducono i costi sanitari, stimolano l’innovazione e creano mercati per tecnologie ad alto valore aggiunto. Al contrario, rinviare la transizione significa accumulare debito ambientale, sanitario ed economico.

L’Italia, più di altri Paesi, ha tutto da perdere da una strategia di corto respiro. Un sistema sanitario sotto pressione, territori geologicamente a rischio ed economicamente fragili e un’industria energivora non possono reggere a lungo un modello che scarica i costi sull’interesse collettivo.

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