Il 1° gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, recita il primo articolo. Ogni lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa, prosegue il 36esimo. E il sistema fiscale deve rispettare criteri di progressività secondo la capacità contributiva di ciascuno. Un patto sociale che è saltato.
Più si diventa ricchi, meno imposte si versano in percentuale sul proprio reddito complessivo. È la fotografia emersa da uno studio congiunto della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, della Bicocca di Milano, dell’Università della Calabria e dell’Università di Monaco: la tassazione in Italia è ufficialmente regressiva.
Indice
Il confronto: chi paga e quanto in Italia
Un lavoratore dipendente del ceto medio versa allo Stato, tra Irpef, addizionali locali e contributi, circa il 45% del proprio reddito complessivo. Lo 0,1% dei contribuenti più ricchi d’Italia, circa 50.000 persone con un patrimonio netto medio superiore ai 20 milioni di euro, si ferma a un’aliquota effettiva media del 32,6%.
| Fascia di popolazione | Patrimonio netto medio | Aliquota effettiva reale | Composizione del reddito |
| Ceto medio | Sotto i 200.000 euro | ∼ 45% | Redditi da lavoro (Irpef) |
| 7% più ricco | Sopra i 490.000 euro | Inizio sbilanciamento | Redditi da lavoro e capitale |
| 0,1% più ricco, circa 50.000 individui | Oltre 20 milioni di euro | 32,6% | Capitale, dividendi e rendite |
Questo sostanziale beneficio fiscale riguarda il 7% più ricco, ossia chi possiede un patrimonio netto superiore a 490.000 euro, e si accentua via via che si sale verso la vetta della piramide distributiva.
Le cause del paradosso
Gli studiosi individuano la causa principale della sostanziale regressività della fiscalità italiana nella struttura duale delle imposte:
- i redditi da lavoro sono tassati con l’Irpef in modo progressivo, la cui aliquota arriva al massimo al 43% escludendo le addizionali locali;
- i redditi da capitale e da rendite sono tassati con imposte proporzionali.
Senza contare che chi ha grandi patrimoni e diversificati riesce a farli fruttare meglio, grazie a investimenti finanziari avanzati e a partecipazioni societarie. Il piccolo risparmiatore, invece, deriva il 90% della sua ricchezza dalla prima casa, che blocca il suo patrimonio. Quando investe, ottiene rendimenti intorno al 2,5% annuo.
Le tre proposte per tornare allo spirito della Costituzione
Per riallineare il Fisco al dettato costituzionale dell’Articolo 53, gli autori dello studio hanno simulato tre diversi scenari di riforma.
La prima proposta consiste nell’eliminazione dei regimi sostitutivi, facendo confluire i redditi da capitale nell’imponibile Irpef progressivo.
Qualora non si volessero tassare i capitali esattamente come i redditi da lavoro, si propone un’imposta differente che applichi però aliquote crescenti all’aumentare dell’entità dei rendimenti finanziari.
In alternativa, si potrebbe introdurre una modesta aliquota progressiva (dallo 0,1% all’1,3%) riservata esclusivamente al 7% più ricco della popolazione. Nella tabella seguente si riporta quale sarebbe l’ipotetico gettito per lo Stato con il livello massimo di tassazione ipotizzato.
| Target della patrimoniale | Aliquota applicata | Gettito annuo |
| Solo i miliardari | 1,3% | 2 miliardi di euro l’anno |
| Patrimoni superiori ai 20 milioni di euro (0,1%) | 1,3% | 13,5 miliardi di euro l’anno |
| Patrimoni superiori ai 2 milioni di euro (1%) | 1,3% | 30 miliardi di euro l’anno |
Come sottolineato dal professor Andrea Roventini, docente della Scuola Superiore Sant’Anna:
«Con interventi mirati sulle grandi ricchezze sarebbe possibile ripristinare la progressività del sistema e, al contempo, reperire le risorse necessarie per ridurre il cuneo fiscale sui redditi da lavoro medio-bassi e finanziare la sanità pubblica».