Quando sentiamo al telegiornale che “il PIL è cresciuto dell’1,2%” oppure che “il PIL è in calo”, percepiamo la notizia quasi automaticamente come buona o cattiva. Il Prodotto Interno Lordo è diventato il termometro con cui politici, media e opinione pubblica misurano la salute economica di un Paese. Ma come indicatore sintetico, il PIL ha dei limiti importanti che è fondamentale comprendere.
Indice
Che cos’è il PIL e come si calcola
Il PIL, o Prodotto Interno Lordo, è il valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di uno Stato in un determinato anno.
Per capire concretamente come funziona, immaginiamo un’economia ipersemplificata: se in un anno vengono prodotte e vendute 10 sedie da 10 euro, 5 smartphone da 200 euro e vengono erogate 20 sedute di psicoterapia da 60 euro ciascuna, il PIL di quell’economia sarà pari a 2.300 euro. Per comprendere la scala di grandezza, il PIL dell’Italia nel 2025 è stato di circa 2.258 miliardi di euro, secondo i dati ISTAT.
Esistono tre metodi diversi per calcolarlo – dal lato della produzione, della spesa o del reddito – ma il risultato finale è lo stesso: una cifra che sintetizza l’attività economica complessiva del Paese.
Perché il PIL viene usato come indicatore di benessere?
L’associazione tra PIL e qualità della vita non è priva di fondamento. Nel corso del Novecento, e ancora oggi nei Paesi del Sud globale, la crescita del PIL si è accompagnata a miglioramenti concreti e misurabili: accesso a cure mediche, istruzione, infrastrutture, beni di prima necessità.
Un PIL più alto significa, generalmente, una maggiore disponibilità di risorse per i cittadini. Da qui nasce però una semplificazione.
I limiti del PIL: cosa non riesce a misurare
Il problema è che questa equazione è incompleta. E gli economisti lo sanno da decenni. Ci sono diversi aspetti di un’economia che il PIL non riesce a misurare.
Il PIL non include il mercato nero, il baratto, l’autoproduzione domestica e, soprattutto, il lavoro di cura non retribuito: chi accudisce figli o genitori anziani, chi cucina, chi gestisce la casa. Attività che hanno un valore economico reale, ma che non figurano in nessuna voce di bilancio ufficiale.
Una delle distorsioni più controintuitive del PIL, poi, è che non distingue tra spese che generano benessere e spese che sono la risposta a eventi negativi. Un aumento dei furti che porta all’installazione massiccia di sistemi di allarme fa salire il PIL. Lo stesso vale per la ricostruzione dopo un terremoto, l’aumento della spesa farmaceutica o le industrie legate all’economia di guerra.
Inflazione elevata, opere pubbliche di scarsa utilità o bolle speculative possono far aumentare il PIL senza che ci sia un vero miglioramento dell’economia reale.
Il PIL non misura nemmeno la qualità della vita, o la distribuzione di ricchezza
Libertà di stampa, salute psicofisica, livello di istruzione, coesione sociale: tutte dimensioni che incidono profondamente sul benessere delle persone, ma che il PIL ignora completamente. La Cina, ad esempio, ha un PIL tra i più alti al mondo, ma le libertà civili dei suoi cittadini – secondo i parametri occidentali – sono fortemente limitate.
Un Paese, inoltre, può avere un PIL elevatissimo con una distribuzione della ricchezza estremamente diseguale. L’Arabia Saudita ne è un esempio emblematico: il PIL pro capite è alto grazie alle esportazioni petrolifere, ma esistono forti disparità economiche interne. A questo si aggiunge un altro problema: la produzione di petrolio contribuisce al PIL, ma contribuisce anche al cambiamento climatico.
Abbiamo strumenti più precisi?
Per correggere alcune di queste distorsioni, nel tempo sono stati sviluppati indicatori alternativi o varianti dello stesso PIL.
Il PIL pro capite, per esempio, divide il valore totale per il numero di abitanti, offrendo una misura più utile per confrontare quanta “fetta” di economia è disponibile ai cittadini di Paesi con popolazioni molto diverse.
Il PIL a parità di potere d’acquisto (PPA) invece tiene conto del costo della vita nei diversi Paesi, permettendo confronti più equi. È per questo motivo che, pur avendo un PIL nominale inferiore a quello degli Stati Uniti, la Cina risulta la prima economia mondiale in termini di PIL a PPA: in Cina i beni e i servizi costano mediamente meno, e il potere d’acquisto reale va considerato di conseguenza.
Ma esistono delle alternative
Negli ultimi decenni, economisti e istituzioni internazionali hanno sviluppato strumenti più articolati per misurare il benessere reale di una popolazione. Tra i più rilevanti ci sono:
- BES (Benessere Equo e Sostenibile) dell’ISTAT: monitora 12 dimensioni del benessere, dalla salute alle relazioni sociali, dalla sicurezza all’ambiente.
- Better Life Index dell’OCSE: permette di confrontare il benessere nei Paesi OCSE su 11 dimensioni, con possibilità di personalizzare i pesi in base alle proprie priorità.
- Human Development Index (HDI) dell’ONU: combina reddito, aspettativa di vita e livello di istruzione.
- Genuine Progress Indicator (GPI): parte dal PIL ma aggiunge o sottrae voci come il valore del volontariato, i costi del crimine, il degrado ambientale.
- Criteri ESG: integrano fattori ambientali, sociali e di governance nella valutazione economica delle imprese.
Questa distinzione conta anche per noi
Conoscere i limiti del PIL è fondamentale per acquisire consapevolezza su come vengono costruite le narrative politiche e mediatiche, e quali obiettivi vengono – o non vengono – perseguiti.
Quando un governo costruisce il proprio consenso sulla crescita del PIL come obiettivo primario, rischia di trascurare dimensioni altrettanto importanti: la qualità dell’aria, la coesione sociale, la sostenibilità del debito pubblico, la riduzione delle disuguaglianze. Aumentare il PIL “a ogni costo” può rappresentare una promessa elettorale di corto respiro.
La realtà economica e sociale è complessa. Per leggerla bene servono strumenti all’altezza di questa complessità, e la consapevolezza che nessun numero da solo racconta tutta la storia.