Manovra: stangata da 50 miliardi di tasse nel 2023

Con il piano di bilancio per il 2023, il governo ha di fatto già prenotato quasi 90 miliardi di nuovo debito. Lo Stato l’anno prossimo spenderà quasi 34 miliardi di euro in più.

Pubblicato: 28 Novembre 2022 09:40

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Redazione

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La Manovra economica, la prima legge di Bilancio del governo Meloni, piace poco alle parti sociali. Per i sindacati è eccessivamente penalizzante per le fasce più povere, per Confindustria manca di coraggio e di visione. Un alert arriva ora anche dal centro Studi di Unimpresa, che mette nel mirino le scelte fiscali dell’esecutivo.

Tasse in aumento

Tasse e contributi sociali in aumento nel 2023 per cittadini e imprese: l’anno prossimo lo Stato incasserà 50,6 miliardi di euro in più rispetto al 2022, con le entrate totali che arriveranno a toccare il 49,2% del prodotto interno lordo, in aumento rispetto al 48,9% che si registrerà alla fine di quest’anno. La stangata da oltre 50 miliardi sulle tasche dei contribuenti, famiglie e imprese, sarà cagionata principalmente dall’incremento del gettito Iva e delle imposte a carico delle aziende (Ires e Irap) per oltre 29 miliardi, dall’incremento dei contributi sociali (versamenti Inps, principalmente) per 8,7 miliardi e da altre entrate per 20 miliardi. In totale, nel 2023 nelle casse pubbliche entreranno oltre 981 miliardi, con un incremento del 5,4% rispetto ai 930 miliardi di quest’anno.

Con il piano di bilancio per il 2023, il governo ha di fatto già prenotato quasi 90 miliardi di nuovo debito: è la differenza tra i 981 miliardi di entrate previste e i 1.071 miliardi di spesa già programmata. Sono i dati di una analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale lo Stato l’anno prossimo spenderà complessivamente, quasi 34 miliardi di euro in più rispetto al 2022 in termini assoluti, ma la spesa pubblica, in rapporto al pil, dovrebbe calare dal 54,5% al 53,7%. Per le pensioni e la sanità lo Stato nel 2023 spenderà 273 miliardi, ben 8,7 miliardi in più (+3,3%) rispetto al 2022.

Riforma fiscale il banco di prova

“Il dato che ci preoccupa maggiormente è quello legato al totale delle entrate: una percentuale in aumento a oltre il 49% del pil che rappresenta il vero, insostenibile peso dello Stato sui contribuenti: è un macigno che soffoca le possibilità di crescita economica ed è su quello che il governo deve agire con la massima urgenza. Quella percentuale è decisamente più alta rispetto al dato ufficiale sulle pressione fiscale che, per il governo, si attesterà l’anno prossimo al 43,2% rispetto al 43,7% del 2022” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora. “Il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ha annunciato, per febbraio, il varo di una riforma fiscale. C’è da augurarsi che stavolta si faccia sul serio e che non si metta in scena l’ennesimo, inconcludente teatrino di esperti, commissioni, pareri e trame segrete che poi, alla fine della giostra, come spesso, purtroppo, accaduto in passato, non portano a nulla di concreto e positivo per i cittadini e per le imprese. Su questa legge di bilancio, che non ci soddisfa, concediamo al governo le “attenuanti generiche” legate ai tempi strettissimi per confezionarla, ma la riforma fiscale sarà il vero banco di prova per la riduzione delle tasse” aggiunge Spadafora.

Secondo l’analisi del Centro studi di Unimpresa, che ha incrociato i dati della Nadef (Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza) e quelli del Dpb (Documento programmatico di bilancio), l’anno prossimo lo Stato incasserà 50,6 miliardi di euro in più rispetto al 2022, con il totale delle entrate che passerà da 930,7 miliardi a 981,3 miliardi (+5,4%). Aumenteranno, in particolare, le imposte indirette (Iva su tutte) e quelle a carico delle aziende (categoria “produzione e importazione” in cui rientrano, tra le altre, l’Ires e l’Irap), salendo da 277,9 miliardi a 307,2 miliardi, con un incremento di 29,3 miliardi (+10,5%); in salita di 8,7 miliardi (+3,3%) anche i contributi sociali, da 264,6 miliardi a 273,2 miliardi e di 20 miliardi le “altre entrate” (+23,8%) da 83,7 miliardi a 103,7 miliardi. Aumenti che saranno solo in parte compensati dalla riduzione del peso delle imposte su reddito e patrimonio (tra cui Irpef e Imu) per 6,4 miliardi (-2,2%) da 283,6 miliardi a 277,2 miliardi, dal calo delle entrate in conto capitale di 1,7 miliardi (-30,1%) da 5,7 miliardi a 4,0 miliardi, dalla diminuzione dei redditi patrimoniali di circa 1,2 miliardi (-6,9%) da 17,1 miliardi a 16,0 miliardi. In rapporto al pil, le entrate totali passeranno dunque dal 48,9% del 2022 al 49,2% del 2023 con l’aumento percentuale legato principalmente all’impennata delle imposte sulla produzione e sulle importazioni (tra cui Iva, Ires e Irap) che salirà dal 14,6% al 15,4% del prodotto interno lordo. Sempre in rapporto al pil, caleranno dal 14,9% al 13,9% le imposte su reddito e patrimonio (Irpef e Imu), dallo 0,3% allo 0,2% le entrate in conto capitale, dal 13,9% al 13,7% i contributi sociali, dallo 0,9% allo 0,8% i redditi patrimoniali.

Sanità e pensioni

Sul versante della spesa, il totale delle uscite dalle casse dello Stato passerà dai 1.037,3 miliardi del 2022 ai 1.071,0 miliardi del 2023 con un aumento di 33,7 miliardi (+3,3%), ma in calo, se rapportato al pil, dal 54,5% al 53,7%. Per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, lo Stato risparmierà 900 milioni (-0,5%), da 188,4 miliardi a 187,5 miliardi; altre riduzioni si registreranno sul versante dei sussidi, che caleranno di 5 miliardi (-7,9%) da 62,8 miliardi a 57,8 miliardi, e da “altre uscite” che caleranno di 5,5 miliardi (-10,7%) da 51,4 miliardi a 45,9 miliardi. Sono destinati, invece, a salire i consumi intermedi di 3,6 miliardi (+3,1%) da 116,1 miliardi a 119,7 miliardi, la spesa per interessi su bot e btp di 3,7 miliardi (+4,8%) da 78,0 miliardi a 81,8 miliardi, gli investimenti fissi lordi di 16,3 miliardi (+33,0%) da 49,5 miliardi a 65,8 miliardi e i trasferimenti in conto capitale di 3,5 miliardi (+11,0%) da 32,4 miliardi a 35,9 miliardi.

Va segnalato l’aumento significativo della spesa per prestazioni sociali – che comprende le pensioni, l’assistenza e la sanità – per la quale è prevista una salita da 458,7 miliardi a 476,7 miliardi, con un incremento di circa 18 miliardi (+3,9%) compresi gli oltre 600 milioni aggiuntivi (+4,8%) di sussidi per la disoccupazione che passeranno da 13,3 miliardi a circa 14 miliardi. In rapporto al pil, come accennato, la spesa dovrebbe registrare un generale calo (dal 54,5% del 2022 al 53,7% del 2023). Sono previste in diminuzione le spese per: stipendi dei dipendenti pubblici (dal 9,9% al 9,4%), consumi intermedi (dal 6,1% al 6,0%), prestazioni sociali (dal 24,1% al 23,9%), sussidi (da 3,3% al 2,9%), altre uscite (dal 2,7% al 2,3%). Aumenteranno, invece, in rapporto al pil: gli investimenti fissi lordi (dal 2,6% al 3,3%) e i trasferimenti in conto capitale (dall’1,7% all’1,8%), voci legate principalmente all’utilizzo dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Nuovo debito nel 2023

L’analisi aritmetica del bilancio pubblico, inoltre, porta a immaginare che il governo italiano, di fatto, per il 2023 abbia già “prenotato” 89,8 miliardi di nuovo debito, vale a dire il deficit restituito dalla differenza tra i 981,3 miliardi di gettito totale previsto e i 1.071,0 miliardi di uscite già programmate. Una cifra dunque vicina ai 90 miliardi, in calo, comunque, di 16,8 miliardi (-15,8%) rispetto al disavanzo che si registrerà nel 2022, pari a 106,6 miliardi.

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