L’industria italiana continua a crescere, ma entra nel terzo trimestre con meno slancio. A luglio l’indice HCOB PMI manifatturiero è sceso a 51,3 punti dai 52,2 di giugno, restando sopra la soglia dei 50 punti che separa espansione e contrazione. Il dato è, però, inferiore alle attese e nasconde segnali meno rassicuranti: la produzione aumenta più lentamente, i nuovi ordini tornano a diminuire e le imprese riducono contemporaneamente occupazione e acquisti per la prima volta nel 2026.
Il confronto con l’Eurozona rende il rallentamento italiano più evidente. Il PMI manifatturiero dell’area euro è salito a 51,9 punti da 51,4, appena sotto la stima preliminare di 52. L’indice della produzione ha raggiunto 52,9, il livello più alto da marzo 2022. La ripresa europea rimane, però, fragile: la crescita è sostenuta soprattutto dallo smaltimento degli ordini arretrati, mentre la domanda nuova avanza appena e gli ordini dall’estero continuano a calare.
Cosa significa il PMI a 51,3 per l’Italia
Il Purchasing Managers’ Index viene costruito attraverso le risposte dei responsabili degli acquisti delle aziende manifatturiere. È considerato un indicatore anticipatore perché intercetta rapidamente le variazioni di produzione, ordini, occupazione, scorte e tempi di consegna, prima che arrivino i dati ufficiali sull’industria e sul Pil.
Un valore superiore a 50 non significa che il settore stia crescendo del 51,3%, ma che la maggioranza ponderata delle imprese segnala un miglioramento rispetto al mese precedente. L’Italia resta, quindi, in espansione, ma il passaggio da 52,2 a 51,3 indica che il ritmo si è indebolito.
I sottoindici mostrano un quadro più prudente. A luglio i nuovi ordini sono diminuiti per la prima volta in tre mesi, dopo l’esaurimento del sostegno derivante dagli acquisti anticipati e dalla ricostituzione delle scorte. Le aziende hanno reagito riducendo personale e quantità acquistate, segnale che non si aspettano una domanda abbastanza robusta da giustificare un aumento della capacità produttiva.
L’Eurozona cresce di più, ma la domanda resta debole
Nell’Eurozona la produzione manifatturiera ha registrato il ritmo di crescita più rapido in quasi quattro anni e mezzo. È il dato più incoraggiante della rilevazione di luglio, ma non equivale ancora a una ripresa solida.
Gli ordini sono aumentati soltanto marginalmente e molto meno della produzione. Numerose fabbriche hanno lavorato soprattutto per completare commesse accumulate nei mesi precedenti. Gli ordini inevasi sono diminuiti al ritmo più intenso da gennaio, mentre le richieste provenienti dall’estero sono calate ancora, con flessioni anche in Italia, Francia, Spagna e Austria.
La spinta produttiva potrebbe, quindi, perdere forza quando gli arretrati saranno stati smaltiti, qualora nel frattempo non arrivassero nuovi clienti. Anche l’occupazione industriale dell’area euro è diminuita nuovamente, confermando la cautela delle aziende sulle prospettive dei prossimi mesi.
Germania in accelerazione, Francia in contrazione
La fotografia europea resta disomogenea. La Germania ha registrato un PMI manifatturiero di 52,2 punti, contro 50,3 di giugno, eguagliando il ritmo di crescita più elevato da maggio 2022. La produzione tedesca è aumentata al passo più rapido da febbraio 2022 e gli ordini esteri hanno mostrato il miglior andamento degli ultimi quattro anni e mezzo.
La Francia, al contrario, è tornata sotto quota 50, con una nuova contrazione della produzione e degli ordini. L’Italia si colloca, quindi, in una posizione intermedia: continua a crescere, ma perde terreno rispetto alla Germania e mostra già una diminuzione della domanda.
Per un sistema produttivo fortemente legato alle filiere europee, la ripresa tedesca può tradursi in più commesse per le imprese italiane che forniscono componenti, macchinari e beni intermedi. Il beneficio dipenderà, però, dalla capacità della domanda estera di consolidarsi.
Cosa cambia per imprese e lavoratori
Per le imprese il messaggio è doppio. La fase espansiva non si è interrotta, ma il calo degli ordini invita alla prudenza. Le aziende potrebbero rinviare nuove assunzioni, ampliamenti dei magazzini e investimenti fino a quando non emergerà una domanda più stabile.
La riduzione dell’occupazione rilevata dal PMI non equivale automaticamente a un aumento immediato della disoccupazione nazionale. Indica, però, che nel manifatturiero stanno prevalendo il mancato rinnovo di alcune posizioni, la sostituzione limitata di chi lascia l’azienda e una maggiore attenzione al contenimento dei costi.
Per famiglie e imprese conta anche il segnale sui prezzi. In Italia le pressioni inflazionistiche si sono attenuate. Nell’Eurozona, la crescita dei costi di acquisto è scesa al minimo da cinque mesi e i prezzi applicati dalle fabbriche sono aumentati al ritmo più debole da marzo. Restano, però, i rischi legati all’energia e alle tensioni sulle catene di fornitura.
La BCE dovrà capire se l’accelerazione della produzione sia destinata a durare oppure rappresenti un rimbalzo alimentato dagli ordini arretrati.
La ripresa c’è, ma l’Italia non può ancora festeggiare
Il manifatturiero italiano resta sopra quota 50, ma perde velocità e vede peggiorare gli ordini. L’Eurozona accelera grazie soprattutto alla Germania, mentre la Francia resta in difficoltà.
L’Italia continua a produrre di più, ma per trasformare il miglioramento in crescita stabile servono nuovi ordini, esportazioni più forti e investimenti.
Senza questi elementi, il rallentamento di luglio rischia di anticipare un autunno più prudente per imprese e lavoratori. Il dato europeo offre, comunque, un’opportunità: se la ripresa tedesca riuscirà a consolidarsi e a coinvolgere le filiere continentali, anche il manifatturiero italiano potrebbe ritrovare slancio nei prossimi mesi.