Fondi pensione, dove finiscono i nostri soldi: la lezione che arriva da Londra

Il bilancio britannico fotografa 11,1 miliardi di sterline nei mercati privati nazionali. Il confronto con l’Italia tra crescita e tutela dei risparmi.

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Donatella Maisto

Giornalista esperta in digital trasformation

Dopo vent’anni di esperienza in ambito legale e nelle risorse umane, si dedica all’informazione, alla ricerca e allo sviluppo. Scrive di economia e finanza, con particolare attenzione all’impatto delle tecnologie su imprese e risparmiatori

Quando versiamo denaro in un fondo pensione pensiamo, soprattutto, al momento in cui ci servirà: integrare l’assegno pubblico, affrontare le spese, conservare un po’ di tranquillità. Nel frattempo, però, quel capitale viene investito. Può finanziare uno Stato, un’impresa, un edificio o un’infrastruttura. La destinazione conta, perché contribuisce a determinare rendimenti e rischi della nostra pensione futura.

Dove finiscono, dunque, i soldi che mettiamo da parte per la pensione? Una prima risposta arriva dal Regno Unito: il monitoraggio del Mansion House Accord, diffuso dall’Association of British Insurers e da Pensions UK, fotografa 11,1 miliardi di sterline investiti nei mercati privati britannici dai firmatari, nelle linee previdenziali esaminate.

Che cosa sta facendo il Regno Unito

Il Mansion House Accord è un impegno volontario di 17 operatori previdenziali. L’obiettivo al 2030 è destinare il 10% dei patrimoni delle linee predefinite a contribuzione definita ai mercati privati, includendo un 5% nel Regno Unito, nel rispetto degli obblighi verso gli aderenti.

In questi schemi, la prestazione futura dipende dal capitale accumulato e dai risultati della gestione. Il monitoraggio considera la fase di crescita del risparmio, prima della progressiva riduzione del rischio che può accompagnare l’avvicinamento alla pensione.

L’idea è collegare risorse disponibili per molti anni a investimenti che richiedono tempo per produrre risultati, ma il rapporto pone una condizione: la priorità resta il beneficio per il risparmiatore, non il finanziamento dell’economia a qualsiasi prezzo.

Dove sono finiti gli investimenti

Il dettaglio più significativo riguarda il peso dell’immobiliare. Tra le principali destinazioni britanniche censite, gli edifici assorbono molto più capitale delle partecipazioni in imprese non quotate.

Principali destinazioni nel Regno Unito Patrimonio investito
Immobiliare, compresi alloggi sociali e accessibili 8 miliardi di sterline
Infrastrutture 1,3 miliardi
Debito e credito privato 900 milioni
Private equity 500 milioni

Fonte: Association of British Insurers e Pensions UK, dati a fine 2025. Le voci riportate non esauriscono il totale degli 11,1 miliardi.

Sono, inoltre, stati sottoscritti impegni per altri 3 miliardi di sterline destinati ai mercati privati nazionali, ancora da investire alla data della rilevazione. Capitale impegnato e capitale già impiegato non sono la stessa cosa.

La fotografia aiuta a superare un equivoco: investire nell’economia reale non significa necessariamente finanziare nuove aziende tecnologiche. Può voler dire acquistare immobili, sostenere infrastrutture oppure concedere finanziamenti attraverso il private debt, il debito non negoziato sui mercati pubblici.

Perché questa notizia riguarda anche l’Italia

Anche i fondi pensione italiani investono nell’economia nazionale. Secondo le considerazioni del presidente Covip sulla Relazione 2025, questi impieghi ammontano a 43,9 miliardi di euro, il 19,3% degli investimenti nel perimetro considerato.

La cifra comprende titoli di Stato, strumenti emessi da soggetti residenti e immobili. Gli investimenti in titoli di imprese italiane sono, invece, 5,8 miliardi, suddivisi tra 3,4 miliardi di obbligazioni e 2,4 miliardi di azioni. Si aggiungono 2,3 miliardi di investimenti domestici attraverso quote di organismi di investimento collettivo in valori mobiliari.

Non possiamo confrontare direttamente i 43,9 miliardi italiani con gli 11,1 miliardi britannici: cambiano strumenti, operatori e perimetri. Il dato italiano include il debito pubblico; quello britannico riguarda specificamente i mercati privati di determinate linee previdenziali.

Il confronto utile è un altro: quanto risparmio previdenziale raggiunge le imprese e a quali condizioni? Comprare un titolo di Stato e finanziare un’azienda sono entrambi investimenti domestici, ma hanno caratteristiche differenti.

I soldi della pensione possono sostenere la crescita?

Possono farlo, ma non basta che un progetto sia utile al Paese perché rappresenti anche un buon investimento previdenziale.

Un’infrastruttura può generare entrate per decenni; un’impresa può crescere e creare valore. Tuttavia, ritardi, costi superiori alle attese o risultati insufficienti possono compromettere il rendimento. Nei mercati privati, inoltre, vendere rapidamente un investimento può essere più difficile e la valutazione meno immediata rispetto a un titolo quotato.

Conta, quindi, la diversificazione del portafoglio: distribuire le risorse tra attività, settori e Paesi riduce la dipendenza da un’unica fonte di rischio. Investire vicino a casa non è, di per sé, una garanzia di sicurezza.

Che cosa dovrebbe sapere chi versa in un fondo

Occorre, anzitutto, distinguere la previdenza complementare dalla pensione pubblica. Nei fondi pensione i contributi vengono investiti per costruire il capitale dell’aderente. Nel sistema pubblico a ripartizione i contributi correnti finanziano le prestazioni dei pensionati.

Per comprendere la propria posizione, sono centrali il comparto scelto, i costi, i rischi e l’orizzonte temporale. La presenza di investimenti nazionali, da sola, non dice quanto renderà il fondo.

La lezione britannica riguarda proprio questo equilibrio: il risparmio previdenziale può contribuire a costruire case, infrastrutture e imprese, ma deve prima di tutto costruire una pensione. Per chi accantona una parte dello stipendio, la domanda decisiva resta quale beneficio ottenga in cambio del rischio assunto.

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