Gli impianti che rischiano di chiudere in Italia a causa del caro energia

Il caro energia torna a colpire la siderurgia italiana: per Federacciai diversi impianti rischiano lo stop, con effetti su lavoro ed economia

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo. Scrive di Fisco e Tasse, Economia, Diritto e Lavoro, con uno sguardo sull'attualità e i temi caldi

Costi di elettricità e gas sempre più elevati possono rendere insostenibile la produzione e costringere allo stop diversi impianti in Italia. Secondo gli esperti, il caro energia sta diventando un problema sempre più di rilevanza nazionale. Non ci sono solo le famiglie ad essere in difficoltà, ma anche i grandi poli industriali che, se davvero dovessero arrivare a chiudere, darebbero il via a un effetto domino che arriverebbe ad avere impatti negativi anche su occupazione ed economia.

Caro energia, quali impianti rischiano lo stop in Italia

Il trend al rialzo dei prezzi dell’energia rappresenta oggi una delle principali minacce per l’industria italiana, soprattutto per i settori caratterizzati da consumi particolarmente elevati. Tra questi c’è la siderurgia, comparto nel quale il costo di luce e gas incide direttamente sulla possibilità di mantenere attivi gli impianti e competere sui mercati europei e internazionali.

A lanciare l’allarme è Federacciai, che segnala un peggioramento della situazione per le imprese italiane a fine settembre e parla di un ulteriore aggravamento nei prossimi mesi. E se l’energia raggiunge livelli tali da rendere antieconomico il processo produttivo, il rischio è quello di arrivare alla fermata temporanea degli impianti, con conseguenze su:

Il fermo, anche se non prolungato, avrebbe delle ripercussioni su tutto il Paese, considerando il numero di realtà che operano nel settore. Federacciai censisce infatti differenti tipologie di processo (dagli impianti a ciclo integrale alle acciaierie con forno elettrico, oltre a impianti di colata continua e laminazione). Si tratta di poli industriali distribuiti su tutto il territorio nazionale, tra cui acciaierie e produttori di acciai comuni e speciali.

Il nodo dei costi di emissione per l’energia

Tra le criticità evidenziate da Federacciai c’è anche il funzionamento del sistema Ets, ovvero il meccanismo europeo che impone alle industrie di pagare per le proprie emissioni di anidride carbonica. Secondo l’associazione, nell’attuale contesto di crisi l’applicazione di questa tassa sulle centrali elettriche a gas è difficile da giustificare. Per questo motivo, è stato chiesto al governo italiano di intervenire nelle opportune sedi Ue per chiedere la sospensione temporanea delle quote Ets per il comparto termoelettrico finché durerà l’emergenza.

Mentre i concorrenti esteri riescono a produrre a prezzi inferiori, per le aziende italiane le strade possibili sono due:

Quest’ultima possibilità, tuttavia, rischia di far perdere ordini e quote di mercato. Le imprese si trovano così schiacciate tra costi di produzione insostenibili e la necessità di rimanere competitive. In un simile scenario, la fermata degli impianti finisce per diventare una scelta economicamente meno onerosa e, alla lunga, quasi inevitabile.

Per Federacciai, il tempo per intervenire è ormai veramente limitato, perché la questione energetica è diventata anche una questione di politica industriale che rischia di trascinarsi ben oltre il periodo di emergenza. Per l’Italia, mantenere competitivi gli impianti energivori significa preservare non soltanto la produzione di acciaio, ma anche le numerose attività che dipendono dalla siderurgia, dalla trasformazione dei metalli alla meccanica, dall’automotive alla costruzione di macchinari.

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