Nelle ultime settimane alcune Province e Comuni hanno comunicato che non potranno asfaltare interamente le strade come previsto. La ragione è il prezzo del bitume, che negli ultimi mesi è aumentato di quasi il 50%. L’Italia importa buona parte del bitume di cui ha bisogno dal Medio Oriente e la guerra in Iran, e la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, ne ha fatto crescere il prezzo.
Non si tratta però solo di un problema di buche nelle strade. Molte aziende che hanno vinto gli appalti per i lavori di manutenzione delle strade italiane hanno proposto prezzi basati sul costo del bitume di inizio anno e ora si ritrovano a dover concludere i cantieri con costi altissimi. Alcune, secondo la principale associazione di categoria, stanno rischiando di chiudere.
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La guerra in Iran e le buche nelle strade italiane
Nei giorni scorsi il quotidiano La Stampa ha pubblicato un articolo dedicato alla manutenzione stradale in provincia di Asti. Il presidente della Provincia, Simone Nosenzo, ha avvisato che al momento, dei 1.200 chilometri di strade che la Provincia dovrebbe asfaltare, si prevede la manutenzione soltanto per un tratto di 30 chilometri. “Per finire ci metteremo 30 anni” ha commentato Nosenzo, ma la situazione è critica anche in altre parti d’Italia.
Situazioni simili si riscontrano a Castelfidardo, in provincia di Ancona, ma anche in provincia di Perugia, “Qui occorrono provvedimenti del Governo urgenti se non si vogliono vedere bloccate opere fondamentali. Ma non come quelli relativi alle accise sui carburanti, qui occorrono scelte coraggiose e forti” ha commentato il presidente della Provincia, Massimiliano Presciutti.
In tutti i casi il problema è sempre lo stesso: il bitume. Un materiale fondamentale per fabbricare l’asfalto delle strade, che negli ultimi due mesi è aumentato di prezzo di quasi il 50%, superando i 200 euro a tonnellata. I budget delle Province erano calibrati su prezzi molto più bassi e ora mancano i fondi per asfaltare le strade.
Cos’è il bitume e perché il suo prezzo sta aumentando
Il bitume è il risultato più pesante della raffinazione del petrolio. Lo si ricava con lo stesso processo che produce la benzina o il gasolio. Esattamente come questi carburanti, quindi, il suo prezzo è stato pesantemente influenzato dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
L’aumento del prezzo del petrolio ha comportato quindi anche una crescita del costo della produzione del bitume, che si sta ripercuotendo sulla manutenzione stradale. L’Italia è uno dei maggiori produttori europei di bitume, con 2,6 milioni di tonnellate nel 2023, secondo i dati diffusi da Unem, il 62% delle quali è riservata alla vendita nel mercato interno.
La capacità di raffinazione è però in calo, perché si tratta di un processo molto inquinante. Le aziende, quindi, tendono a preferire la riconversione degli impianti a produzioni più sostenibili. Questo sta esponendo sempre più l’Italia alle importazioni estere.
Perché le aziende del settore rischiano di chiudere
La mancata manutenzione delle strade non è l’unica conseguenza dell’aumento del prezzo del bitume. Molte aziende che si occupano di asfaltare le strade, infatti, si stanno sobbarcando forti perdite a causa degli aumenti dei costi dovuti alla guerra in Iran.
Buona parte delle commissioni delle aziende di questo settore sono pubbliche. Questo significa che, nei mesi scorsi, hanno vinto appalti pubblici, offrendo agli enti locali che gestiscono le strade prezzi basati sul costo del bitume precedente all’inizio della guerra.
Ora si trovano quindi a dover spendere molto di più del previsto. Già a marzo Siteb, la principale associazione delle aziende del settore, aveva chiesto al governo di intervenire con misure straordinarie per affrontare la situazione.