È davvero la fine del calcio saudita? Dai miliardi del Pif ai primi tagli, i 3 motivi

Dopo tre anni di investimenti record, il modello della Saudi Pro League mostra i primi segnali di cambiamento tra mercati meno ricchi, nuovi obiettivi e sostenibilità.

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Redazione

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Le squadre del campionato di calcio dell’Arabia Saudita hanno smesso di investire le enormi somme delle stagioni di mercato precedenti. Ad ogni sessione ci siamo sentiti dire che “Le squadre di Serie A non riescono a tenere il passo delle società saudite”. Nell’estate del 2023 il calcio saudita sembrava aver aperto una nuova era del mercato internazionale. Nel giro di pochi mesi la Saudi Pro League riuscì ad attirare Karim Benzema, Neymar, N’Golo Kanté, Sadio Mané, Riyad Mahrez, Sergej Milinković-Savić, Marcelo Brozović e Roberto Firmino dopo Cristiano Ronaldo, trasferitosi all’Al Nassr già nel gennaio dello stesso anno.

Nell’estate 2026 il calciomercato dell’Arabia Saudita sembra quasi del tutto fermo. Un caso isolato limitato alla sola Penisola? Forse no, visto che il Newcastle United, di proprietà di Pif, si sta liberando dei calciatori più costosi e remunerativi (Tonali, Woltemade, Gordon per citarne alcuni). Cosa c’entra Pif, il Public Investment Fund saudita?

Il calciomercato saudita: l’espansione del 2023

Nella sola sessione estiva del 2023 i club della Saudi Pro League spesero 957 milioni di dollari. Soltanto la Premier League inglese fece di più, con circa 1,39 miliardi di dollari, mentre Bundesliga, Serie A, Liga e Ligue 1 spesero molto meno. Il saldo netto del mercato raggiunse 907 milioni di dollari, segno che quasi tutte le operazioni erano finanziate da nuovi capitali e non dalla vendita di calciatori. Complessivamente arrivarono 94 giocatori stranieri, di cui 37 provenienti direttamente dai cinque principali campionati europei. La Premier League, inoltre, incassò 312 milioni di dollari dalle cessioni verso i club sauditi, quasi la metà di tutti i ricavi ottenuti dai trasferimenti verso l’estero durante quella finestra di mercato.

Quella campagna acquisti rappresentò una rottura con gli equilibri tradizionali del calcio europeo. Per la prima volta, dopo molti anni, una lega esterna ai cinque grandi campionati riusciva a collocarsi stabilmente ai vertici della spesa mondiale, trasformandosi da mercato periferico a destinazione privilegiata per alcuni dei migliori giocatori del pianeta, molto più di quanto era riuscito a fare il campionato cinese.

 

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Tre anni dopo, però, il contesto appare profondamente diverso. Il mercato estivo del 2026 si è aperto con un numero molto inferiore di operazioni di grande impatto internazionale, alcune trattative si sono improvvisamente arenate e da diverse fonti sono emerse indiscrezioni su budget ridotti, controlli più severi sulle spese e club chiamati a una maggiore disciplina finanziaria. È davvero l’inizio della fine del progetto calcistico saudita oppure il campionato sta semplicemente entrando in una fase diversa della propria evoluzione? E qui scende in campo Pif.

Primo motivo: il Pif sta chiudendo i rubinetti?

Per comprendere cosa sta accadendo nel calcio saudita bisogna innanzitutto osservare l’evoluzione del Public Investment Fund, il fondo sovrano che rappresenta il principale strumento con cui l’Arabia Saudita sta finanziando la trasformazione della propria economia. Il fondo è il cuore finanziario di Vision 2030, il programma con cui il Regno punta a ridurre la dipendenza dal petrolio (ne avevamo già parlato) investendo in turismo, tecnologia, energia, infrastrutture, intelligenza artificiale, industria e sport.

 

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Pif nel 2015 amministrava attività per circa 150 miliardi di dollari, mentre oggi il patrimonio gestito supera i 925 miliardi di dollari, con un incremento di oltre 775 miliardi in poco più di un decennio, pari a più del 500%.

In questo contesto si inserisce anche l’operazione annunciata nel giugno del 2023, quando il Pif acquisì il 75% delle quote di Al Hilal, Al Nassr, Al Ittihad e Al Ahli. L’obiettivo non era tanto massimizzare i profitti delle singole società calcistiche, quanto utilizzare il calcio come acceleratore della reputazione internazionale del Paese, aumentando la visibilità globale della Saudi Pro League e rafforzando l’attrattività dell’Arabia Saudita in vista dei grandi eventi internazionali, tra cui il Mondiale del 2034.

Leggendo i documenti programmatici del fondo, nella fase iniziale di Vision 2030 la priorità era espandere rapidamente gli investimenti, creare nuovi settori economici e aumentare la presenza internazionale del Regno. La nuova strategia 2026-2030, approvata nell’aprile di quest’anno, utilizza invece una strategia differente e si entra in una seconda fase. Accanto all’espansione compaiono con maggiore frequenza concetti come investment efficiency, value creation, sustainable financial returns e attrazione di capitali privati. Quindi, Pif continua ad investire ma solo con ritorni economici più elevati e una maggiore efficienza nell’utilizzo del capitale.

È proprio da questo cambio di prospettiva che nasce il secondo motivo. Se il principale finanziatore modifica le proprie priorità, quali conseguenze può avere sui budget e sulle strategie dei club della Saudi Pro League?

Secondo motivo: i budget dei club sono stati ridotti?

Se la nuova strategia del Public Investment Fund rappresenta il primo indizio, il mercato estivo del 2026 costituisce probabilmente il secondo. Per la prima volta dall’inizio della rivoluzione calcistica saudita, infatti, le indiscrezioni provenienti dal Regno non riguardano nuovi investimenti record, bensì una possibile revisione dei budget destinati ai principali club della Saudi Pro League.

 

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Tra il 2023 e il 2025 il modello sembrava semplice. Il Pif forniva la capacità finanziaria necessaria per accelerare la crescita del campionato, mentre Al Hilal, Al Nassr, Al Ittihad e Al Ahli potevano competere direttamente con le grandi società europee sul mercato dei trasferimenti. In poco più di due anni sono arrivati decine di giocatori di livello internazionale, spesso con ingaggi superiori ai 20-30 milioni di euro netti a stagione e, in alcuni casi, ben oltre questa soglia.

L’estate del 2023 rimane il punto più alto di quella fase espansiva. Secondo Deloitte, la Saudi Pro League investì quasi 957 milioni di dollari in cartellini, una cifra quasi dieci volte superiore rispetto all’anno precedente e sufficiente a collocare il campionato saudita al secondo posto mondiale per spesa. L’obiettivo non era ottenere un ritorno economico immediato, ma aumentare rapidamente il valore internazionale della competizione, attirare sponsor, incrementare l’audience televisiva e rafforzare il posizionamento dell’Arabia Saudita come nuova destinazione del calcio mondiale.

Tre anni dopo il contesto appare differente. Pur restando uno dei campionati con la maggiore disponibilità economica, la Saudi Pro League non sta più monopolizzando il mercato internazionale come avvenuto tra il 2023 e il 2024. Molte delle principali trattative dell’estate 2026 hanno registrato rallentamenti, mentre diversi osservatori del mercato hanno evidenziato una maggiore selettività nelle operazioni e una minore disponibilità a soddisfare qualsiasi richiesta economica proveniente dai club europei.

A rafforzare questa impressione sono arrivate anche alcune indiscrezioni pubblicate da Intelligence Online (anche se non confermate da Pif), secondo cui ai quattro club controllati dal Pif sarebbero stati comunicati budget significativamente inferiori rispetto agli anni precedenti. Le riduzioni, secondo queste ricostruzioni, oscillerebbero complessivamente tra 200 e 400 milioni di dollari, con conseguenze dirette sulla capacità di investimento delle società.

Un simile passaggio non sarebbe insolito dal punto di vista economico. Numerosi grandi investimenti pubblici attraversano infatti una prima fase caratterizzata da elevata spesa iniziale per creare rapidamente un mercato, seguita da una seconda fase in cui viene richiesta una maggiore autosufficienza finanziaria agli operatori coinvolti. Applicata al calcio saudita, questa logica significherebbe passare da un modello fondato quasi esclusivamente sull’immissione di capitali a uno nel quale diventano progressivamente più importanti i ricavi commerciali, le sponsorizzazioni, i diritti televisivi, gli incassi da stadio e la valorizzazione del marchio dei club.

Resta, però, una domanda fondamentale. Se i finanziamenti dovessero effettivamente diminuire, le società della Saudi Pro League sarebbero già in grado di sostenere autonomamente gli elevati costi generati negli ultimi anni? È proprio questa la terza ipotesi, forse la più delicata: verificare se dietro il rallentamento del mercato inizino a emergere anche le prime tensioni nei conti dei club.

Terzo motivo: i club sauditi stanno accumulando debiti?

È probabilmente il punto più difficile da verificare, ma anche quello più importante. A differenza delle principali società europee, infatti, gran parte dei club sauditi non pubblica bilanci dettagliati che consentano di analizzare con precisione debito finanziario, liquidità, patrimonio netto o flussi di cassa. Questo rende molto più complicato stabilire se il rallentamento del mercato sia dovuto a una semplice scelta strategica del PIF oppure a un’effettiva necessità di riequilibrare i conti.

 

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Finora non esistono evidenze pubbliche che permettano di affermare che l’intera Saudi Pro League stia attraversando una crisi finanziaria. Sarebbe quindi scorretto estendere automaticamente eventuali difficoltà di un singolo club all’intero sistema. Tuttavia, negli ultimi mesi sono emersi alcuni segnali che meritano attenzione e che suggeriscono come la sostenibilità economica stia diventando un tema sempre più centrale anche all’interno del calcio saudita.

Il caso più significativo riguarda l’Al Nassr, il club in cui milita Cristiano Ronaldo. Secondo quanto riportato dal quotidiano saudita Arriyadiyah e ripreso successivamente da diversi media internazionali, la società avrebbe accumulato debiti superiori agli 800 milioni di rial sauditi, pari a circa 213 milioni di dollari. Le stesse ricostruzioni parlano di una supervisione finanziaria rafforzata e di una maggiore cautela nelle operazioni di mercato, con l’obiettivo di riportare gradualmente sotto controllo la situazione economica del club.

Qualora questi dati fossero confermati, rappresenterebbero il primo caso documentato di una grande società della Saudi Pro League costretta a confrontarsi con gli effetti finanziari della rapidissima espansione avviata negli ultimi anni. Non significherebbe necessariamente che il modello saudita sia in crisi, ma indicherebbe che anche in un sistema fortemente sostenuto dal fondo sovrano iniziano a emergere le stesse dinamiche economiche osservate nei principali campionati europei: crescita dei costi, necessità di contenere gli stipendi e ricerca di una maggiore sostenibilità di lungo periodo.

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