Il petrolio sale a 105 dollari al barile, nuove previsioni dopo 3 settimane di guerra

L'annuncio di altre tre settimane di guerra da parte di Israele ha spinto il petrolio oltre i 105 dollari al barile, con conseguenze dirette sui costi dei carburanti anche in Italia

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Matteo Runchi

Editor esperto di economia e attualità

Redattore esperto di tecnologia e esteri, scrive di attualità, cronaca ed economia

All’apertura dei mercati internazionali il 16 marzo 2026 il prezzo del petrolio Brent, il benchmark mondiale, è cresciuto fino a raggiungere i 105 dollari al barile. Un picco che è il risultato dell’annuncio di Israele dell’invasione di terra del Libano e della prosecuzione della guerra contro l’Iran per almeno altre tre settimane.

Gli aumenti causati da queste variazioni dei prezzi del barile stanno avendo effetti in tutto i mondo. I carburanti sono sempre più cari e questo si rifletterà presto sui dati dell’inflazione, tanto che le banche centrali, nel prossimo futuro, potrebbero decidere di alzare i tassi di interesse.

Prezzi del petrolio in aumento

Continua la corsa del prezzo del petrolio. Il Brent, il greggio del Mare del Nord che è considerato, per la sua qualità, un benchmark internazionale, ha raggiunto i 105 dollari al barile in mattinata, poco dopo l’apertura dei mercati. Anche il Wti, il petrolio americano che solitamente è meno costoso del Brent, punta verso i 100 dollari al barile, sfiorando i 98 in apertura.

Questi aumenti stanno spingendo sempre più in alto i costi dei carburanti, anche in Italia:

Prezzi che in parte si stanno già riflettendo sull’economia reale. Per le vacanze pasquali si segnala infatti un aumento dei costi dei voli interni in Italia, che arrivano anche a 400 euro per andata e ritorno.

Cosa ha causato l’aumento del prezzo del petrolio

All’origine di questi aumenti c’è sempre la guerra in Medio Oriente, con due sviluppi particolari che hanno innescato questo nuovo picco. Israele ha infatti avviato un’invasione di terra del sud del Libano, che ha come obiettivo la milizia filoiraniana Hezbollah. Tel Aviv ha inoltre comunicato alla Cnn che il conflitto potrebbe durare altre tre settimane, prospettiva che ha scoraggiato i mercati.

ANSA
Una petroliera colpita da un missile iraniano mentre tenta di attraversare lo stretto di Hormuz

Al contempo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta cercando, per ora senza successo, di coinvolgere nel conflitto la Nato. Gli Usa starebbero inoltre lavorando a una coalizione di Paesi che metta a disposizione la propria marina militare per scortare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e che è bloccato dall’Iran dall’inizio della guerra. Da questo passaggio transitava il 20% di tutto il petrolio mondiale.

Le paure delle banche centrali

Il timore legato a questo aumento del prezzo del petrolio è che, in poco tempo, venga scaricato sui consumatori. Trattandosi di un aumento di materie prime energetiche, colpirebbe infatti prima i trasporti, come sta già facendo, e poi tutto il resto delle merci, che ha bisogno di essere trasportato a costi sempre più alti.

Si teme un picco dell’inflazione simile per dinamiche a quello seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Per questa ragione le banche centrali di tutto il mondo stanno valutando un aumento dei tassi di interesse. Questa settimana si terranno, tra mercoledì 18 e venerdì 19, le prime riunioni per la politica monetaria dall’inizio del conflitto. La Bce, la Fed e le altre banche centrali dovrebbero mantenere i tassi invariati, ma i rispettivi presidenti potrebbero indicare aumenti per il prossimo futuro, legati al proseguimento della guerra.

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