Doppio rialzo tassi Bce, a rischio mutui e rapporto debito/Pil in Italia

L'instabilità energetica spinge la Bce a una possibile revisione dei piani sul costo del denaro. "Gravi" le ricadute su mutui e crescita italiana

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

La stabilità dell’Europa è messa alla prova dallo scenario di guerra in Iran. L’aumento dei costi del petrolio, il rischio di ricadute pesanti sull’inflazione alimentare e non, i prezzi dell’energia e molti altri nodi potrebbero far cambiare drasticamente l’atteggiamento della Banca centrale europea. C’è la possibilità, raccontano gli analisti, di un’inversione di rotta rispetto al taglio dei tassi. Potrebbero esserci due rialzi: un primo a luglio e un altro entro la fine dell’anno.

La leva dei tassi potrebbe essere lo stesso strumento utilizzato fino a questo momento per combattere l’inflazione. È un espediente per contenerla, ma ha anche delle conseguenze: rallentare la crescita. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di un’ipotesi “grave”. L’impatto sull’aumento dei costi del denaro si abbatterebbe prima di tutto sui mutui.

Tassi di interesse: doppio rialzo contro la crisi

La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è da “raddoppio”. Raddoppia il prezzo del petrolio e c’è la possibilità di un doppio rialzo dei tassi della Bce. Uno scenario definito “grave” dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, ma anche molto probabile secondo gli analisti.

La situazione da combattere sarebbe, secondo il commissario Ue all’economia Valdis Dombrovskis, uno “shock stagflazionistico sostanziale”, ovvero una stagnazione lunga che la Bce dovrebbe combattere alzando i tassi di interesse.

Le probabilità che la Banca centrale europea punti a due rialzi dei tassi, entro giugno ed entro la fine del 2026, sono stimate al 70% sulla piattaforma Bloomberg.

Perché alzare i tassi di interesse?

Non è la prima volta che vediamo la Banca centrale europea tentare di raffreddare l’economia, o meglio l’inflazione, usando i tassi di interesse. È un espediente ormai noto, perché alzare i tassi di interesse permette di contenere l’inflazione.

Infatti, aumentare gli interessi vuol dire aumentare il costo del denaro, facendone circolare meno. In questo modo i prezzi smettono di salire. Un meccanismo che però ha delle conseguenze: rallentare l’economia, facendola crescere poco o per niente, rischiando così la stagnazione.

Cosa succede ai mutui?

Con un doppio rialzo dei tassi, sarebbero diverse le conseguenze “a cascata”. La più evidente per le tasche degli italiani è l’aumento dell’interesse sul costo dei mutui.

Secondo gli ultimi dati, i tassi di interesse sui depositi presso la Banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale si attestano rispettivamente al 2%, al 2,15% e al 2,40%. Come racconta l’analisi di Europa Today, un aumento di 25 punti base, ossia dello 0,25%, non provocherebbe gravi danni, ma un duplice intervento sì.

Le conseguenze per l’Italia

Il ministro Giorgetti è intervenuto sull’ipotesi con un commento, pubblicato poi su X, nel quale ricorda “la lezione della guerra contro l’Ucraina”. Il rischio economico, scrive, è di una nuova fiammata provocata dall’aumento dei prezzi dell’energia e sarebbe grave pensare che la soluzione possa passare per una stretta monetaria.

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L’Italia aveva già una stima bassa di crescita, fissata allo 0,7% nel 2026, e questi dati risalgono a prima dei nuovi dazi proposti da Trump. Ora, tra aumento del petrolio e costo dell’energia, il rischio di un aumento importante dell’inflazione e il meccanismo del rialzo dei tassi non possono che avere un effetto “grave” per il Paese.

L’economista Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici della Cattolica, spiega come un aumento del 10% del prezzo del petrolio cancelli 0,1 punti di Pil. Con il petrolio a 120 dollari, un aumento pari al 100%, l’impatto sulla crescita italiana è di almeno un punto.

Spiega:

Quando si arriva a prezzi del petrolio intorno ai 120 dollari, un Paese come l’Italia potrebbe finire in recessione, a meno che lo Stato metta soldi per sostenere l’economia, come avvenuto nel 2022.

Una recessione è proprio quello che Giorgetti non vuole, perché metterebbe a rischio il quadro di stabilizzazione del debito/Pil costruito fino ad adesso, impedendoci di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Un passaggio che metterebbe in pausa gli impegni sull’aumento della spesa per la difesa, legata a questo meccanismo.

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