I 7 cibi che fanno salire ancora la spesa nel 2026: cosa dice davvero l’inflazione alimentare

Tra fine 2025 e i primi mesi del 2026 i prezzi del cibo non si sono mossi tutti allo stesso modo: caffè, latticini, carne e oli restano sotto pressione, mentre zucchero e parte dei cereali rallentano, sullo sfondo di nuove tensioni geopolitiche.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

I dati più recenti di FAO, World Bank e Istat raccontano una verità che molte famiglie conoscono già bene al supermercato: l’emergenza non è più generalizzata come nel 2022, ma alcuni prodotti continuano a pesare più della media sul conto finale della spesa. E oggi, con la crisi che coinvolge l’Iran e le tensioni sullo Stretto di Hormuz, il tema si allarga: non riguarda solo ciò che è già aumentato, ma anche ciò che potrebbe tornare sotto pressione attraverso energia, fertilizzanti e logistica.

L’inflazione alimentare, vista da lontano, appare molto meno aggressiva rispetto ai mesi più duri del 2022. Ma basta entrare in un supermercato per capire che la storia non è affatto chiusa. Il motivo è semplice: oggi non aumenta tutto insieme, ma continuano a rincarare alcuni prodotti chiave, quelli che entrano più spesso nel carrello della spesa o che si riflettono a catena su molti alimenti trasformati. Così, anche se l’allarme generale si è attenuato, la sensazione di spendere di più resta viva.

I numeri più aggiornati lo confermano. Per l’intero 2025 l’indice FAO dei prezzi alimentari ha registrato una media superiore del 4,3% rispetto al 2024. Ma il dato davvero interessante è un altro: gli aumenti non sono stati uniformi. Gli oli vegetali hanno chiuso il 2025 a +17,1% su base annua, i latticini a +13,2% e la carne a +5,1%, mentre cereali e zucchero hanno seguito una traiettoria opposta, con cali rispettivamente del 4,9% e del 17%. In altre parole, non esiste più una sola inflazione del cibo: esistono rincari selettivi, più difficili da leggere e spesso più fastidiosi da assorbire per le famiglie.

Non tutto aumenta, ma quello che aumenta si nota di più

Anche i primi mesi del 2026 mostrano la stessa frattura. A febbraio l’indice FAO è risalito dello 0,9% sul mese, pur restando ancora dell’1% sotto il livello di un anno prima. Dentro quel movimento, però, si vedono tensioni molto precise: gli oli vegetali sono saliti del 3,3% nel solo mese, tornando ai massimi dal giugno 2022; i prezzi della carne hanno accelerato, soprattutto sul bovino; e il burro ha invertito rotta dopo il massimo storico toccato nel giugno 2025. Al contrario, lo zucchero ha continuato a scendere.

È questo il punto che rende la nuova fase dell’inflazione alimentare più sottile e, per certi versi, più insidiosa. Non colpisce l’intera spesa in modo omogeneo. Colpisce alcuni snodi fondamentali: la colazione, le proteine, i grassi usati dall’industria alimentare, i piccoli acquisti ripetuti che rendono immediatamente percepibile il rincaro. E con la crisi nel Golfo, questi segmenti diventano ancora più sensibili perché sono i primi a incorporare costi di input, trasporto e trasformazione.

I 7 cibi da tenere d’occhio

Il primo è il caffè, che nel 2025 ha vissuto una corsa impressionante: secondo le stime World Bank, l’Arabica ha chiuso con un +47,6% sull’anno. È uno dei rincari più visibili perché tocca un consumo quotidiano, quasi rituale, e perché si trasferisce rapidamente anche fuori casa, dal bar alla ristorazione.

Latticini e carne tornano a farsi notare

Subito dopo arrivano i latticini, che nel 2025 hanno segnato un +13,2% medio secondo la FAO. Dentro questa categoria il burro è tornato a farsi notare: a febbraio 2026 la FAO segnala una nuova risalita dopo il record del giugno 2025, un segnale che racconta bene quanto questa filiera resti esposta a squilibri tra domanda e offerta.

C’è poi la carne bovina, che secondo la World Bank ha chiuso il 2025 con un +14%. A febbraio 2026 la FAO ha segnalato ulteriori tensioni, legate soprattutto alla forte domanda di importazione e a un mercato internazionale rimasto fragile. È una delle voci che si fanno sentire di più perché incide direttamente sulla parte più costosa della spesa alimentare.

Anche il pollo, spesso percepito come l’alternativa più conveniente, ha perso parte del suo vantaggio: le stime World Bank indicano un +15,5% nel 2025. Quando aumenta anche la proteina più accessibile, la pressione sul bilancio familiare diventa immediatamente più evidente.

I rincari meno visibili

Tra i rincari meno visibili, ma diffusissimi, c’è l’olio di soia, previsto dalla World Bank in aumento del 13,3% nel 2025. Non è soltanto un ingrediente da scaffale: entra in molti prodotti trasformati, dai prodotti da forno agli snack, e per questo il suo rialzo si propaga su una parte molto ampia del carrello.

Poi c’è l’olio di palma, stimato in crescita del 5,9% nel 2025. A febbraio 2026 la FAO ha, inoltre, registrato un nuovo aumento complessivo degli oli vegetali, spinto dalla domanda globale e da fattori stagionali nell’offerta del Sud-Est asiatico. È uno di quei rincari che il consumatore non sempre vede subito, ma che finiscono per riaffiorare nel prezzo di molti prodotti confezionati. E in una fase in cui petrolio, assicurazioni marittime e costi di trasporto possono tornare a salire, questa trasmissione dei rincari diventa ancora più rapida.

Infine il cacao, che secondo le stime World Bank ha chiuso il 2025 a +9,1%. Non riguarda solo il cioccolato: tocca creme, biscotti, merendine, dessert, cioè un segmento amplissimo della spesa “emotiva” e quotidiana. E proprio per questo il suo peso psicologico, oltre che economico, è molto forte.

Perché alcuni prezzi corrono ancora

Dietro questi aumenti non c’è una sola causa. Il clima continua a pesare moltissimo, soprattutto su caffè e cacao. Ma oggi il quadro va letto con più precisione: la crisi con l’Iran non agisce direttamente sul prezzo del cibo, bensì sui suoi grandi costi invisibili. FAO e UNCTAD segnalano che le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno colpendo uno snodo cruciale per petrolio, gas liquefatto e fertilizzanti, con effetti che possono trasferirsi su noli, bunker fuel, premi assicurativi e costi agricoli. È qui che la geopolitica torna a diventare inflazione alimentare.

Per gli oli vegetali contano poi la domanda internazionale e le politiche sui biocarburanti, che diventano ancora più sensibili quando energia e materie prime tornano sotto pressione. La stessa FAO collega il recente rialzo dell’olio di soia alle attese su misure di sostegno ai biocarburanti negli Stati Uniti. Sul fronte della carne, invece, si sommano domanda globale, malattie animali e una filiera particolarmente esposta ai costi di mangimi, catena del freddo e logistica. Il punto, quindi, non è dire che “la guerra fa salire tutto”, ma capire che riapre un canale di trasmissione dei costi lungo tutta la filiera agroalimentare.

Il rovescio della medaglia è che altri comparti si stanno muovendo in modo molto diverso. Il riso, per esempio, nel 2025 è sceso in media del 35,2% rispetto al 2024, mentre lo zucchero ha chiuso l’anno a -17%. È il segnale più chiaro del fatto che oggi la spesa alimentare assomiglia a una geografia irregolare: alcuni scaffali si rilassano, altri restano nervosi, e la crisi con l’Iran rischia di amplificare proprio questa asimmetria più che riportare un rialzo uniforme di tutto il carrello.

Cosa significa per la spesa delle famiglie italiane

In Italia questo scenario si traduce in un messaggio molto concreto: anche se l’inflazione generale è più contenuta, il carrello continua a muoversi. Secondo le stime preliminari Istat, a marzo 2026 i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona sono cresciuti del 2,2% su base annua, mentre gli alimentari non lavorati hanno accelerato al 4,4%. È proprio qui che si sente di più la distanza tra statistica e vita reale: il dato medio rallenta, ma latte, carne, prodotti freschi e acquisti frequenti continuano a dare la sensazione di una spesa pesante.

Per questo molte famiglie hanno l’impressione che il costo della vita non sia davvero tornato sotto controllo. E, in fondo, hanno ragione. Non perché tutto stia correndo, ma perché stanno correndo ancora i prodotti che si notano di più: quelli che si comprano più spesso, quelli che finiscono ogni settimana in cucina, quelli che non si possono rimandare. E adesso si aggiunge un altro elemento: il ritorno del rischio geopolitico sui costi di sistema, che può rendere di nuovo più instabile anche una fase che fino a poche settimane fa sembrava avviata verso una graduale normalizzazione.

La vera novità del 2026

Il 2026, almeno per ora, non sembra l’anno di una nuova esplosione generalizzata dei prezzi alimentari. Sembra piuttosto l’anno dell’inflazione selettiva: meno rumorosa, meno uniforme, ma ancora capace di colpire il bilancio familiare in punti molto sensibili. È un’inflazione che non travolge tutto, ma che continua a riemergere dove fa più male: nella colazione, nelle proteine, nei prodotti trasformati, nei beni ad alta frequenza d’acquisto. La crisi con l’Iran non cambia questa diagnosi, ma la rende più fragile: aumenta il rischio che energia, fertilizzanti e trasporti tornino a fare da moltiplicatore dei rincari.

Ed è proprio questa la lezione più utile dei dati recenti: il peggio della crisi globale può anche essere passato, ma la spesa non è ancora tornata davvero prevedibile. E quando manca la prevedibilità, anche uno scontrino apparentemente normale può diventare, settimana dopo settimana, più pesante del previsto. Oggi più che mai il problema non è solo quanto costano i beni alimentari, ma quanto rapidamente possono tornare a cambiare prezzo quando la geopolitica riaccende i costi nascosti della filiera.

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