Cinema italiano, un’industria da miliardi: il peso di streaming, festival, turismo e tax credit

Dalla sala allo streaming, dai festival al set-jetting, il settore muove lavoro, export e i territori, con il tax credit sempre più centrale

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

Dalla sala alle serie in streaming, da Venezia alle location diventate mete turistiche, il cinema italiano è insieme industria culturale, memoria nazionale e leva economica, ma il settore deve fare i conti con nuove abitudini di consumo, concorrenza delle piattaforme, costi di produzione e un tax credit sempre più centrale.

Il cinema vale molto più del biglietto

Quando si parla di cinema, il primo numero che viene in mente è l’incasso in sala. È il dato più immediato, quello che misura biglietti venduti, weekend di uscita, successi e flop. Ma oggi il valore del cinema non si esaurisce più davanti al botteghino.

Un film attiva una filiera lunga: sceneggiatura, produzione, troupe, attori, tecnici, costumi, scenografie, trasporti, alberghi, catering, post-produzione, distribuzione, festival, piattaforme, diritti televisivi, vendite estere e turismo delle location. Prima di diventare spettacolo, è lavoro. Dopo l’uscita, può continuare a generare valore per anni.

È questa la differenza tra cinema come prodotto culturale e cinema come industria. Il primo emoziona, racconta, costruisce memoria. Il secondo muove capitali, occupazione, territori, tecnologie e reputazione internazionale.

L’audiovisivo italiano supera i 16 miliardi

La fotografia più ampia arriva dall’audiovisivo. Secondo il Rapporto APA 2025, l’industria audiovisiva italiana ha raggiunto nel 2024 un valore di 16,3 miliardi di euro, con una crescita del 9% rispetto all’anno precedente. Dal 2018 il comparto registra una crescita media annua del 4,6%, più del doppio rispetto al ritmo del PIL nazionale.

Il dato è importante perché mostra che il cinema non è più un settore isolato. Fa parte di un ecosistema in cui film, serie, documentari, animazione, piattaforme, pubblicità, produzione internazionale e contenuti digitali si intrecciano.

Il pubblico non consuma più immagini in un solo luogo. Guarda film in sala, serie in streaming, trailer sui social, documentari sulle piattaforme, contenuti brevi sul telefono. Il valore si distribuisce lungo più finestre e il cinema, per restare centrale, deve saper abitare tutte queste dimensioni senza perdere identità.

La sala resiste, ma non basta più la nostalgia

Nel 2025 il box office italiano ha incassato 496,5 milioni di euro, con 68,36 milioni di presenze. La sala non è morta, ma è cambiato il suo ruolo. Non è più l’unico luogo dell’esperienza audiovisiva e non può contare soltanto sull’abitudine del pubblico.

Qui entra la nostalgia, ma non basta da sola. La sala conserva un valore che nessuna piattaforma replica del tutto: il buio condiviso, lo schermo grande, l’uscita serale, il commento dopo il film, la sensazione di partecipare a un evento. Per molte generazioni il cinema è stato il primo consumo culturale accessibile, la grammatica dell’immaginario collettivo, il luogo dei primi appuntamenti, delle domeniche in famiglia, dei film che “andavano visti” insieme.

Oggi, però, quella memoria deve diventare esperienza. La sala compete con streaming, social, videogiochi, concerti, sport, ristorazione e viaggi brevi. Per riportare pubblico servono film forti, prezzi sostenibili, programmazione curata, sale confortevoli, eventi speciali, anteprime, incontri, rassegne e comunità.

Il cinema in sala non può più essere solo proiezione. Deve tornare a essere occasione.

Le piattaforme hanno cambiato il mercato

Le piattaforme hanno trasformato il modo in cui il cinema viene finanziato, distribuito e consumato. Netflix, Prime Video, Disney+, Now, Infinity e gli altri operatori non sono soltanto vetrine: sono committenti, acquirenti, produttori, archivi globali e motori di visibilità.

Secondo AGCOM, le piattaforme VOD a pagamento hanno superato i 15 milioni di navigatori unici in Italia. Netflix ha registrato 8,3 milioni di utenti unici medi. Il mercato non cresce più con la velocità degli anni del boom, ma è ormai parte stabile delle abitudini familiari.

Per il cinema italiano le piattaforme rappresentano un’opportunità e un rischio. Possono finanziare opere, ampliare il pubblico, portare storie italiane all’estero e dare spazio a generi meno forti in sala. Ma possono anche spostare il baricentro fuori dall’Italia, rendere più dipendente la produzione da pochi grandi player e ridurre la centralità del passaggio cinematografico.

La sfida è trovare equilibrio: usare lo streaming come moltiplicatore, non come sostituto definitivo della sala.

Tax credit, la leva pubblica che accende la produzione

Il tax credit è uno degli strumenti più decisivi del settore. Incide sulla possibilità stessa di produrre film, attrarre capitali, assumere maestranze e rendere l’Italia competitiva rispetto ad altri Paesi.

Nel 2024 il costo totale dei film prodotti in Italia ha superato 800 milioni di euro, in crescita del 18% rispetto al 2023. I crediti d’imposta per la sola produzione hanno raggiunto 247 milioni di euro, con un aumento del 20% sull’anno precedente.

Per le produzioni internazionali, l’Italia può offrire un credito d’imposta fino al 40% dei costi eleggibili. È un incentivo rilevante: un grande set straniero non sceglie il nostro Paese solo per Roma, Venezia, la Sicilia, la Toscana o le Dolomiti. Lo sceglie anche perché girare in Italia può diventare competitivo sul piano economico.

Il punto politico è delicato. Il tax credit sostiene lavoro, imprese e investimenti, ma deve essere misurabile, controllato e capace di generare ritorni. La domanda non è se il cinema debba essere sostenuto. È come farlo in modo da produrre opere, occupazione, export, attrazione internazionale e valore per i territori.

Festival: Venezia non è solo red carpet

I festival sono spesso raccontati attraverso abiti, star e premi, ma per l’economia sono piattaforme di mercato. La Mostra del Cinema di Venezia, il festival cinematografico più antico del mondo, non genera soltanto occupazione alberghiera e ristorazione nei giorni del Lido. Influenza vendite internazionali, campagne Oscar, distribuzione, piattaforme, sponsor, brand del lusso e reputazione culturale.

In un festival l’attenzione diventa valore. Un film presentato nel momento giusto può ottenere recensioni, premi, accordi distributivi, inviti in altri festival, vendite estere e nuova vita commerciale. È una catena economica che parte dalla visibilità.

Venezia, Roma, Torino e i festival diffusi nei territori non sono quindi solo eventi culturali. Sono infrastrutture di posizionamento. Portano pubblico, stampa, professionisti, investitori, sponsor e turismo. E aiutano il cinema italiano a stare dentro una conversazione internazionale.

Il turismo delle location: quando lo schermo diventa viaggio

Uno degli effetti economici più interessanti del cinema è il turismo delle location. Una città, un borgo, una spiaggia o una villa possono diventare destinazioni perché sono entrati nell’immaginario attraverso un film o una serie.

È il fenomeno del set-jetting: viaggiare nei luoghi visti sullo schermo. L’Italia ha un vantaggio competitivo naturale: Roma, Venezia, Napoli, Matera, Palermo, la Costiera Amalfitana, la Toscana, le Dolomiti, i laghi, le isole, i borghi storici. Ogni territorio può diventare scena, racconto, desiderio.

Il caso di serie internazionali ambientate in Italia ha mostrato quanto un prodotto audiovisivo possa rafforzare l’attrattività di una destinazione. Una location non è più soltanto uno sfondo. Diventa itinerario, tour guidato, contenuto social, pernottamento, ristorante, esperienza.

Qui il cinema genera valore anche quando il biglietto non c’entra. Lo genera prima del viaggio, quando crea desiderio, e dopo il viaggio, quando il luogo continua a circolare nelle immagini condivise.

Tradizione italiana e nuova concorrenza globale

Il cinema italiano ha una tradizione che pochi Paesi possono vantare. Neorealismo, commedia all’italiana, cinema d’autore, grandi maestri, attori iconici, sceneggiature capaci di raccontare il Paese nelle sue contraddizioni. Per anni il cinema è stato uno dei modi principali con cui l’Italia ha guardato se stessa.

Questa eredità è un capitale, ma, come ogni capitale, va aggiornato. La nostalgia per il grande cinema italiano non può diventare alibi. Il mercato globale è cambiato: le piattaforme producono ovunque, le serie competono con i film, i giovani scoprono contenuti sui social, l’attenzione è più frammentata, le uscite in sala durano meno, il pubblico è più selettivo.

La tradizione italiana resta un vantaggio se diventa linguaggio contemporaneo. Se, invece, resta celebrazione, rischia di parlare più al passato che al pubblico di oggi.

Industria culturale o spesa pubblica?

Il dibattito sul cinema torna spesso a una domanda: il sostegno pubblico è investimento o spesa? La risposta dipende da cosa si misura.

Se si guarda solo al botteghino, molte opere possono sembrare fragili. Se si guarda alla filiera completa, il quadro cambia: lavoro, produzioni straniere attratte, turismo delle location, vendite internazionali, piattaforme, festival, reputazione, formazione, pluralismo culturale e promozione del Paese.

Il sostegno pubblico ha senso quando genera effetto leva. Deve attivare investimenti, consolidare imprese, far crescere competenze, attrarre produzioni, portare opere al pubblico e lasciare valore nei territori. Se invece finanzia progetti senza distribuzione, senza pubblico, senza ricadute e senza trasparenza, diventa vulnerabile.

La questione non è difendere o attaccare il tax credit. È misurare meglio che cosa produce.

Quanto vale davvero un film

Un film non vale soltanto per quanto incassa nel primo weekend. Vale per il lavoro che attiva prima di arrivare in sala, per i diritti che può vendere a una piattaforma, per i territori che trasforma in destinazioni, per le professionalità che tiene occupate, per le immagini che esporta all’estero e per la reputazione che costruisce intorno a un Paese.

Può far lavorare per mesi centinaia di persone, riempire alberghi durante le riprese, usare sartorie, falegnamerie, service tecnici, studi di post-produzione, musicisti, trasporti e fornitori locali. Può rilanciare un attore, dare visibilità a un borgo, riaprire il dibattito su un tema, entrare nei festival, alimentare cataloghi, generare nuove vendite e continuare a produrre valore molto dopo l’uscita in sala.

Il suo valore è stratificato: incasso, lavoro, export, turismo, tecnologia, memoria collettiva, soft power. Per questo chiedersi quanto vale il cinema significa porre una domanda più ampia: quanto vale per un Paese la capacità di trasformare storie, luoghi, competenze e immagini in economia.

Non solo raccontare l’Italia, ma farla circolare, renderla desiderabile, riconoscibile, produttiva. Un film, quando funziona davvero, non finisce con i titoli di coda: continua a lavorare nell’immaginario, nei viaggi, nei cataloghi, nei territori e nella filiera che lo ha reso possibile.

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