Workaholism, la dipendenza dal lavoro è sempre più diffusa: l’allarme Inail

Che cos’è la dipendenza da lavoro, quali rischi comporta e come prevenirla secondo il recente documento informativo Inail sul workaholism

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Claudio Garau

Editor esperto in materie giuridiche

Laureato in Giurisprudenza, con esperienza legale, ora redattore web per giornali online. Ha una passione per la scrittura e la tecnologia, con un focus particolare sull'informazione giuridica.

Negli ultimi anni il lavoro ha cambiato profondamente volto. La diffusione delle tecnologie digitali, lo smart working, l’iperconnessione e la crescente competizione hanno trasformato il modo in cui milioni di persone vivono la propria attività professionale. In questo contesto sta emergendo con sempre maggiore evidenza un fenomeno psicologico e organizzativo chiamato workaholism, ovvero la dipendenza dal lavoro. Non si tratta semplicemente di “lavorare molto”: è un comportamento che può avere effetti negativi sulla salute psicofisica del lavoratore, sulle relazioni familiari, sull’equilibrio delle organizzazioni e sulla produttività delle aziende.

Proprio per aumentare la consapevolezza su questo tema, l’Inail ha recentemente pubblicato un documento informativo dedicato a questo fenomeno, evidenziando fattori di rischio, strumenti di misurazione e possibili strategie di prevenzione.

Cos’è il workaholism

Il termine workaholism è stato introdotto all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso dallo psicologo Wayne Oates per descrivere il bisogno incontrollabile di lavorare incessantemente. Secondo questa definizione, una persona workaholic tende a:

L’Inail spiega che, dal punto di vista squisitamente psicologico, il fenomeno presenta caratteristiche simili a quelle delle altre dipendenze comportamentali, come ad esempio ossessività o compulsività. Inoltre, ha sintomi non diversi dall’astinenza quando si è lontani dal lavoro. Chi è workaholic, non a caso, tende a recarsi in ufficio anche quando non sta bene o potrebbe stare a casa per malattia.

In passato si pensava che il workaholism dipendesse semplicemente dal numero di ore lavorate, ad esempio oltre le 50 ore settimanali. Oggi però questa visione è considerata riduttiva. Oggi misurata con specifiche scale, la dipendenza da lavoro può manifestarsi anche con orari regolari. Ciò che conta non è soltanto il tempo dedicato al lavoro in sé, ma anche e soprattutto il rapporto psicologico che la persona sviluppa con esso.

Una “dipendenza ben vestita”

Uno degli aspetti più complessi del workaholism è che, spesso, viene socialmente premiato. Infatti chi lavora continuamente ottiene promozioni, riconoscimenti professionali, salari più alti e prestigio sociale. Il workaholic è ben visto in azienda e può avere più chance di fare carriera.

Per questo motivo, fa notare l’Inail, alcuni studiosi parlano di “dipendenza ben vestita”, ossia un comportamento problematico che viene scambiato per dedizione, passione o successo professionale. Questo meccanismo, di fatto, rende la dipendenza più difficile da riconoscere, in qualche modo la “protegge” e può contribuire a stabilizzarla nel tempo.

Fattori di rischio sociali e organizzativi

Gli studi più recenti indicano che il workaholism, tipicamente, non dipende da una sola causa. Nasce dal mix di diversi fattori.

Ci sono anzitutto quelli organizzativi. Un’ambiente lavoratorivo malsano può favorire questa dipendenza, ad esempio se la cultura aziendale è estremamente competitiva, i carichi di lavoro eccessivi, gli obiettivi irrealistici o eccessivamente ambiziosi, la leadership orientata esclusivamente alla performance. Oppure se c’è una mancanza di politiche di conciliazione tra lavoro e vita privata.

Contribuiscono al fenomeno anche fattori sociali, come la precarietà del mercato del lavoro e l’iperconnessione. Un esempio pratico può essere quello di un’azienda in cui i dipendenti ricevono costantemente e-mail e richieste anche la sera o nel week-end, creando l’aspettativa implicita di essere sempre disponibili.

I fattori individuali di rischio

Alcune caratteristiche personali possono aumentare il rischio di sviluppare comportamenti workaholic. Basti pensare al bisogno di controllo, all’eccessiva ambizione e ricerca del successo, al perfezionismo, alla scarsa autostima, oppure al bisogno costante di approvazione

Un lavoratore che teme di non essere all’altezza del proprio ruolo o del livello dei colleghi potrebbe sentirsi spinto a lavorare sempre di più per dimostrare il suo valore.

E poi la possibilità di lavorare ovunque e in qualsiasi momento rende più difficile stabilire limiti chiari tra tempo di lavoro e tempo libero.

Workaholism e sicurezza sul lavoro

La dipendenza da lavoro non è solo un problema individuale. Può essere considerata anche un rischio psicosociale, perché, a lungo termine, incide sulla salute mentale e fisica dei lavoratori, sulle loro relazioni familiari, sulla qualità della performance, sul clima organizzativo aziendale e, in definitiva, sul profitto.

Nei casi più gravi può contribuire allo sviluppo del burnout, di disturbi cardiovascolari, di ansiadepressione, oppure di disturbi del sonno.

Ecco perché il fenomeno rientra certamente nel DVR e, quindi, nell’ambito della valutazione del rischio stress lavoro-correlato, prevista dalla normativa sulla sicurezza sul lavoro.

Come si previene il workaholism: le strategie aziendali

Gli esperti sottolineano che la prevenzione del workaholism richiede un approccio combinato, che coinvolge sia le organizzazioni sia i singoli lavoratori.

Le aziende possono intervenire internamente adottando misure organizzative, come una equilibrata e distribuita calendarizzazione dei carichi di lavoro, la promozione di un ambiente collaborativo e non eccessivamente competitivo, la tutela del diritto alla disconnessione e della cosiddetta work-life balance.

Ad esempio, ci sono aziende che hanno introdotto sistemi automatici che bloccano l’invio di e-mail dopo una certa ora o nei week-end.

I rimedi al workaholism da mettere in pratica

Anche il lavoratore può sviluppare strategie per mantenere un rapporto sano con il lavoro. Può formarsi sui rischi psicosociali, sviluppare le soft skill necessarie (assertività, gestione del tempo, problem solving) oppure imparare tecniche di gestione dello stress.

Affrontare il workaholism significa (ri)costruire un equilibrio tra lavoro e vita personale. Perciò, alcuni percorsi di uscita dal problema possono includere:

Concludendo, riconoscere la differenza tra impegno professionale sano (quello che l’analisi Inail chiama engagement) e dipendenza da lavoro è il primo passo per costruire ambienti di lavoro più sostenibili, capaci di coniugare produttività, salute e qualità della vita.

Solo promuovendo una cultura organizzativa equilibrata sarà possibile evitare che la passione per il lavoro si trasformi in una forma di dipendenza invisibile, ma potenzialmente dannosa.

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