L’annuncio del taglio di 3.300 posti di lavoro in casa Uber rappresenta la più imponente sforbiciata all’organico del colosso di San Francisco dall’inizio della pandemia di Covid-19. La strategia del Ceo Dara Khosrowshahi è chiara: passare da una struttura con “meno coordinamento” a una con “più realizzazione”. E per farlo taglia il 10% della forza lavoro aziendale.
I licenziamenti non colpiscono la flotta degli autisti sul territorio, che lavorano da liberi professionisti, ma concentrano il loro raggio d’azione sulle strutture d’ufficio. Saranno eliminati alcuni livelli gerarchici per semplificare la gestione globale. L’obiettivo dichiarato è duplice: rendere l’organizzazione più snella e veloce, generando risparmi diretti da reinvestire in automazione.
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Quanto vale la ripresa di Uber
Per comprendere il paradosso di un taglio del personale in un momento di salute finanziaria, occorre analizzare la traiettoria di Uber dal periodo pandemico a oggi. Durante i mesi più bui delle restrizioni sanitarie, il business del trasporto passeggeri aveva subito una paralisi quasi totale, portando il bilancio del 2020 a chiudersi con una perdita netta vicina ai 6,7 miliardi di dollari.
Da quel punto di minima, la ripartenza è stata impetuosa e poggia su un modello di business fortemente asimmetrico tra dipendenti e lavoratori autonomi:
- dai 11,1 miliardi di dollari registrati nel 2020, il fatturato è salito progressivamente fino a toccare la quota record di 48,2 miliardi di dollari, segnando una spinta decisiva sulla redditività netta
- se nel 2020 gli autisti attivi sulla piattaforma erano crollati a circa 1,5 milioni su scala globale, oggi la rete dei driver del trasporto passeggeri ha superato quota 4,2 milioni, a cui si sommano oltre 5,5 milioni di corrieri dedicati al delivery
- mentre i conducenti sono cresciuti di oltre il 150% come partner indipendenti a costo variabile per la piattaforma, i costi legati alla struttura aziendale diretta sono rimasti un peso fisso da ottimizzare
Dove vanno gli investimenti: la sfida dei robotaxi
Se la forza lavoro aziendale viene ridotta, verso dove vengono dirottati i capitali risparmiati? La risposta risiede nell’ascesa dei robotaxi e della guida autonoma.
L’ingresso nel mercato di player della guida autonoma come Waymo e la pressione dei grandi marchi tech rischiano di trasformare la figura dell’autista umano da risorsa a costo. Per non rimanere schiacciata o ridotta a semplice intermediario di terzi, Uber sta riconvertendo la propria spesa operativa:
- i risparmi derivanti dal taglio dei 3.300 stipendi diretti servono a finanziare la ricerca e lo sviluppo di infrastrutture digitali, mappature ad alta precisione e integrazione di flotta;
- la transizione verso vetture senza conducente richiede meno coordinatori locali e più capacità di calcolo per la gestione automatizzata dei flussi e delle tariffe;
- l’eliminazione dei costi di gestione umana consente all’azienda di mantenere margini operativi competitivi nei confronti dei gruppi automobilistici ed elettronici che producono veicoli autonomi nativi.
In una lettera inviata ai dipendenti per illustrare la riorganizzazione, lo stesso Khosrowshahi ha rimarcato la finalità economica dell’operazione:
Stiamo eliminando livelli gerarchici, semplificando le strutture dei team e concentrando le nostre risorse umane e i nostri investimenti sulle opportunità più importanti che ci attendono. I cambiamenti che stiamo apportando oggi sono pensati per raggiungere due obiettivi: rendere Uber più semplice e veloce e creare maggiore capacità di investimento nel nostro futuro.
La sforbiciata del 10% non è il sintomo di una crisi di fatturato, ma l’impiego strategico dei profitti per trasformare Uber da gigante della logistica umana a piattaforma tecnologica ad alta automazione.