Il paradosso degli stipendi in Italia: non sempre i lavori più rari sono quelli che pagano meglio

Incrociando i dati Istat con le rilevazioni di Adecco e Indeed emerge una polarizzazione: le professioni più diffuse restano sotto la media

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Mettere a confronto i guadagni reali dei lavoratori con la diffusione effettiva delle diverse professioni restituisce una fotografia spietata del mercato del lavoro italiano. Incrociando i dati occupazionali dell’Istat con le rilevazioni salariali di Adecco e Indeed, emerge una profonda polarizzazione. La maggioranza degli occupati si concentra in settori dove le retribuzioni viaggiano ampiamente sotto la media nazionale, mentre gli stipendi più alti restano un privilegio riservato a pochissimi.

Il divario tra la massa di 24 milioni di occupati e le nicchie dorate del Paese non è solo una questione di cifre, ma una barriera numerica quasi insormontabile.

La piramide d’oro dei super-stipendi italiani

L’alto guadagno in Italia corrisponde in modo quasi matematico a una percentuale microscopica di lavoratori sul totale della forza lavoro. Guardare ai vertici della piramide salariale senza considerare le percentuali reali rischia, però, di creare una distorsione ottica, dal momento che i dieci lavori più pagati coprono appena l’1,2% degli occupati complessivi.

Ecco la classifica delle dieci professioni più pagate in Italia, con la relativa retribuzione annua lorda media:

Al vertice assoluto resistono i notai, che rappresentano la nicchia professionale più ricca ma pesano appena lo 0,02% del totale a causa del numero chiuso garantito per legge. Una dinamica simile caratterizza i top manager delle grandi aziende, i medici chirurghi e i piloti di linea, le cui posizioni restano numericamente irrilevanti nel computo generale dello Stato.

Il paradosso delle professioni di nicchia

Esiste un vecchio dogma economico secondo cui la scarsità di profili sul mercato fa lievitare automaticamente la retribuzione. Questo principio non si applica in modo uniforme e i lavori meno diffusi non coincidono necessariamente con quelli più pagati.

C’è una netta divisione tra le nuove figure tecnologiche legate all’intelligenza artificiale o alla transizione energetica, che vedono i propri compensi salire per la forte domanda delle multinazionali, e i mestieri tradizionali che, pur essendo rarissimi, rimangono agganciati a retribuzioni ordinarie.

I pochissimi guardiani di fari civili rimasti o i mastri birrai artigianali certificati rappresentano meno dello 0,005% dei lavoratori, eppure le loro buste paga non beneficiano di alcun premio di rarità, rimanendo spesso al di sotto dei 30.000 euro lordi all’anno.

La spina dorsale del Paese è sotto la media

Il nodo centrale dell’analisi riguarda l’impatto economico sulla massa dei lavoratori. Se si prende come riferimento la retribuzione media nazionale, che si attesta intorno ai 32.500 euro lordi, il verdetto sui grandi numeri è chiaro: le cinque professioni numericamente più diffuse in Italia sono anche quelle strutturalmente meno pagate.

Le categorie che da sole muovono quasi il 20% dell’intera occupazione nazionale galleggiano tutte ampiamente al di sotto della media salariale, evidenziando una forte perdita del potere d’acquisto:

L’unica parziale eccezione tra i settori di massa è rappresentata dagli operai metalmeccanici specializzati e dal personale del comparto pubblico, come insegnanti e infermieri. In questo caso le retribuzioni riescono ad agganciare o superare di poco i 30.000 euro lordi, ma a fronte di progressioni di carriera estremamente lente e di turni spesso logoranti.

Il risultato è un mercato del lavoro schiacciato verso il basso, dove la crescita dei posti di lavoro si concentra nei settori dei servizi e del commercio, storicamente caratterizzati da un minore valore aggiunto e da contratti collettivi che faticano a rincorrere l’inflazione.

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