Stipendi in aumento, ma hanno perso quasi il 10% del valore reale: è colpa dell’inflazione

L'Inps conferma: tra 2019 e 2024 stipendi su del 14,7%, ma l'inflazione oltre il 17% taglia il potere d'acquisto. Restano forti disparità

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Gli stipendi salgono in Italia, ma non abbastanza rispetto all’aumento del costo della vita. È questo quello che emerge dall’ultimo rapporto Inps, presentato il 18 gennaio 2026. Analizzando l’andamento delle retribuzioni tra il 2019 e il 2024, lo studio conferma infatti che, nonostante si siano alzate negli ultimi anni, il potere d’acquisto reale dei lavoratori (sia pubblici che privati) continua a non tenere il passo con l’inflazione.

Retribuzioni in crescita ma l’inflazione corre più veloce

Secondo l’Inps, le retribuzioni nominali sono effettivamente aumentate negli ultimi anni. In particolare:

Numeri che, letti isolatamente, potrebbero suggerire un miglioramento delle condizioni salariali.

Tuttavia il confronto con l’inflazione cumulata tra il 2019 e il 2024 ribalta il quadro, perché la crescita dei prezzi – nello stesso periodo considerato – è stata più elevata rispetto agli stipendi (superiore al 17%), erodendo così una parte consistente degli aumenti salariali.

Un recupero lento e solo parziale negli ultimi anni

In molti comparti, gli adeguamenti salariali sono arrivati con forte ritardo rispetto alla spinta inflazionistica post-pandemia, lasciando i lavoratori esposti per anni a una perdita netta di potere d’acquisto. Il problema quindi non riguarda solo l’entità degli aumenti, ma anche la tempistica con cui sono stati riconosciuti.

Infatti, il parziale recupero delle retribuzioni reali avvenuto di recente non è casuale, ma è il risultato della frenata dell’inflazione e dell’impatto positivo degli attesi rinnovi contrattuali, che una volta firmati hanno iniziato a tradursi in aumenti tangibili nello stipendio netto. Si tratta però di un recupero ancora insufficiente a colmare completamente il divario accumulato negli anni precedenti. La perdita di potere d’acquisto resta significativa e continua a pesare sui consumi e sulle condizioni di vita di molte famiglie.

Gender pay gap: una criticità che resta strutturale

Accanto al tema del salario reale, lo studio dell’Inps conferma un’altra criticità di lungo periodo, ovvero il cosiddetto gender pay gap. Nonostante i progressi normativi e le politiche di parità di genere, le differenze retributive tra uomini e donne restano una componente strutturale del mercato del lavoro italiano, influenzata da fattori come una maggiore diffusione del part-time involontario tra le lavoratrici, ma anche carriere più discontinue e minore accesso alle posizioni apicali per il sesso femminile.

Questo elemento contribuisce ulteriormente a ridurre il reddito disponibile non solo tra le donne, ma in generale nelle famiglie, compromettendo la sicurezza economica di una parte significativa della forza lavoro.

 Di quanto dovrebbero aumentare gli stipendi per far fronte al caro vita

Secondo l’Istat, tra 2019 e 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del potere d’acquisto a causa dell’inflazione più alta degli aumenti salariali. Questo significa che, tutto sommato, gli stipendi dovrebbero aumentare almeno del 10,5% solo per tornare ai livelli di potere d’acquisto del 2019.

Ma guardando al futuro, in generale, per evitare ulteriori perdite in termini reali, gli stipendi dovrebbero tenere il passo con l’inflazione annuale. Vuol dire che, se secondo l’OCSE l’inflazione attesa nel 2026 è pari a circa l’1,8%, i prossimi aumenti salariali previsti non possono essere inferiori o non in linea con questa percentuale.

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