Secondo le ultime stime, sono circa 200mila i lavoratori irregolari impiegati nel settore agricolo in Italia, con un’incidenza che raggiunge circa il 30% del totale degli addetti. Tra questi, circa 55mila sono donne.
Il fenomeno interessa l’intero territorio nazionale dal Nord al Sud, con presenze maggiori in Piemonte, Trentino, Calabria e Basilicata. Gran parte dei lavoratori coinvolti è composta da migranti, spesso inseriti in condizioni di grave precarietà occupazionale. Per non dire di peggio.
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Sfruttamento in agricoltura, i dati aggiornati
Sì, perché al fenomeno del lavoro nero o irregolare, si affiancano anche caporalato ed anche condizioni che talvolta rasentano la vera e propria schiavitù.
Le condizioni economiche riportate in diverse rilevazioni indicano retribuzioni giornaliere anche intorno ai 20 euro per giornate lavorative che possono arrivare fino a 12-14 ore, senza tutele contrattuali e senza sicurezza.
Il fenomeno è noto da decenni, ma conquista le aperture dei telegiornali solo in coincidenza con fatti eclatanti o particolarmente drammatici: la rivolta di Rosarno del gennaio 2010, il caso del lavoratore agricolo mutilato di un braccio nel giugno 2024 e abbandonato a morire dissanguato (Satnam Singh) e il caso dei quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara nel giugno 2026: tre erano afghani e uno pachistano, il più grande aveva 29 anni: Ullah Ismat Qiemi, Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani e Safi Iayjad.
Caporalato, i dati dell’Ispettorato
Nel rapporto 2025 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, le vittime di caporalato registrate ai sensi dell’articolo 603-bis del Codice penale sono 895, di cui 227 in agricoltura.
Il dato segna una riduzione rispetto ai 1.226 casi complessivi del 2024 (con 519 in agricoltura) e ai 3.208 del 2023 (di cui 2.123 nel settore agricolo). Tuttavia, gli stessi dati vengono definiti parziali, in considerazione dei tempi di indagine e dei procedimenti ancora in corso.
L’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil sottolinea come il “precario inserimento socio-economico dei lavoratori migranti nel contesto di arrivo” alimenta il caporalato e viene aggiunto che “la criminalità ambientale” in questa situazione “impatta pesantemente sulla filiera”.
Calabria, controlli e irregolarità diffuse
In Calabria il fenomeno assume dimensioni ancora più rilevanti. Nel 2025 l’Ispettorato territoriale di Cosenza ha effettuato 282 verifiche in aziende agricole: il 69,5% è risultato irregolare. Nel dato provvisorio del primo quadrimestre 2026, la percentuale di irregolarità supera il 61%. I lavoratori tutelati sono stati 155, di cui 43 completamente in nero.
Tra gli elementi emersi figurano:
- 91 casi di esternalizzazione illecita della manodopera;
- 2 contestazioni di caporalato;
- 176 violazioni in materia di prevenzione e sicurezza.
Le sanzioni complessive superano i 357 milioni.
Nel settore agricolo calabrese si stima la presenza di circa 12mila lavoratori in condizioni irregolari, con provenienze prevalenti da India, Marocco e Mali, secondo il Rapporto Agromafie e Caporalato curato dall’Istituto di Studi sul Mediterraneo del Cnr.
Il fenomeno si intensifica durante le fasi di raccolta stagionale e si articola in forme diverse: lavoro formalmente regolare ma sostanzialmente difforme (“lavoro grigio”), fino a situazioni completamente irregolari.
Le baraccopoli
In alcuni casi, anche contratti regolari nascondono condizioni non conformi: ore di lavoro superiori a quelle pattuite o giornate non dichiarate correttamente.
Queste forme di sfruttamento sono ormai un segreto di pulcinella: basti pensare al fatto che in determinate aree del Paese, i braccianti agricoli si radunano a vivere in vere e proprie baraccopoli con centinaia di individui. Non si tratta, dunque, di persone sparse per il territorio e difficilmente controllabili. La presenza di baraccopoli è il primo campanello d’allarme riguardo possibili condizioni di sfruttamento.
L’esposizione allo sfruttamento è facilitata dalla estrema vulnerabilità sociale e dalla mancanza di alternative occupazionali.