Lavoro povero, quasi metà occupati nel terziario guadagna meno di 1200 euro al mese

Secondo il Focus Filcams Cgil, il 47,51% lavoratori del terziario è sotto la soglia di povertà salariale. Donne, Sud e turismo i più colpiti

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

Quasi un lavoratore su due nei settori del terziario percepisce una retribuzione annua pari o inferiore alla soglia di povertà salariale. Il dato emerge dal Focus sul lavoro povero realizzato dalla Filcams Cgil, che analizza la condizione economica dei dipendenti impiegati in commercio, servizi, turismo, pulizie, multiservizi e ristorazione collettiva. Secondo l’indagine, il 47,51% dei lavoratori del terziario rientra nella categoria dei working poor, cioè lavoratori che, pur avendo un’occupazione, percepiscono una retribuzione annua non superiore a 13.950 euro. La soglia sale a 14.800 euro per chi ha lavorato almeno dodici settimane nell’anno.

Chi sono i working poor secondo la ricerca

La Filcams Cgil definisce lavoratore povero chi percepisce una retribuzione annua pari o inferiore al 60% della retribuzione mediana nazionale. La ricerca è stata condotta su un campione di circa 6,3 milioni di persone, pari al 96% del totale osservato, per le quali erano disponibili i dati necessari a ricostruire la distribuzione dei redditi da lavoro dipendente.

Considerando tutti i dipendenti del terziario con almeno una settimana lavorata nell’anno, la quota di chi resta sotto la soglia di povertà salariale è pari al 47,51%. La percentuale scende al 41,71% se si considera soltanto chi ha lavorato almeno dodici settimane, ma resta comunque molto elevata.

Donne e Sud più colpiti dal lavoro povero

Nel terziario, tra chi ha lavorato almeno una settimana, il 40,92% degli uomini risulta sotto la soglia di povertà salariale. Tra le donne la quota sale al 52,93%. La distanza resta ampia anche considerando soltanto i lavoratori con almeno dodici settimane di attività: in questo caso l’incidenza è del 33,70% tra gli uomini e del 48,32% tra le donne.

Anche il divario territoriale è significativo. Nel complesso del terziario, il lavoro povero riguarda il 38,48% degli occupati nel Nord-Ovest, il 43,63% nel Nord-Est, il 47,53% al Centro e il 61,47% nel Sud e nelle Isole. Tra chi ha lavorato almeno dodici settimane, il Mezzogiorno resta comunque l’area più penalizzata, con il 56,35% di lavoratori poveri.

Nel turismo oltre sette lavoratori su dieci sotto la soglia

Il settore più esposto è il turismo, dove la diffusione di contratti brevi, lavoro stagionale e part time incide direttamente sui redditi annuali. Tra chi ha lavorato almeno una settimana, il 71,22% dei dipendenti del turismo risulta sotto la soglia di povertà salariale. Il dato sale al 75,32% tra le donne e raggiunge l’81,14% nel Sud e nelle Isole.

Anche restringendo l’analisi a chi ha lavorato almeno dodici settimane, il fenomeno resta molto esteso: l’incidenza del lavoro povero è pari al 64,69%. Nel Mezzogiorno, anche in questo caso, il dato resta particolarmente alto, con il 76,20% dei lavoratori del turismo sotto la soglia indicata dalla ricerca.

I dati di commercio e servizi

Nel commercio la quota complessiva di lavoratori poveri è più bassa rispetto agli altri comparti, ma resta rilevante. Tra chi ha almeno una settimana lavorata, l’incidenza è pari al 31,16%. Il dato scende al 26,89% nel campione con almeno dodici settimane di lavoro. Anche nel commercio si confermano le differenze territoriali. Nel Sud e nelle Isole il 48,52% dei lavoratori con almeno una settimana lavorata è sotto la soglia di povertà salariale. Tra chi ha lavorato almeno dodici settimane, la quota è del 44,64%.

Nei servizi la situazione è più critica. L’incidenza del lavoro povero è pari al 52,60% tra chi ha almeno una settimana lavorata e al 50,24% tra chi ha almeno dodici settimane. In questo comparto il divario di genere è particolarmente marcato: tra i lavoratori con almeno dodici settimane, la quota è del 37,25% per gli uomini e del 56,75% per le donne.

Secondo la Filcams Cgil, una delle cause principali della povertà salariale nel terziario è la diffusione del part time involontario. Il segretario generale Fabrizio Russo ha definito il part time involontario “una condizione strutturale che impone salari bassi e una condizione di precarietà costante”.

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