Gli inattivi sono 12,4 milioni, crescono gli italiani che non cercano lavoro

A fronte del record di occupati e del calo della disoccupazione, restano 12,4 milioni di inattivi in Italia, sempre meno inclusiva

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Nel dibattito pubblico sull’occupazione italiana degli ultimi anni domina una narrazione apparentemente positiva: più posti di lavoro, disoccupazione in calo, contratti più stabili. I numeri confermano questa tendenza e fotografano un mercato del lavoro in ripresa rispetto alla fase più critica del post-pandemia. Eppure, sotto la superficie dei dati incoraggianti, resiste una fragilità strutturale, ovvero l’elevato numero di inattivi, che continua a rappresentare uno dei principali freni allo sviluppo economico del Paese.

Oggi in Italia si contano 12,4 milioni di persone in età lavorativa che non lavorano e non cercano lavoro, una platea stabile, che non si riduce nonostante la crescita dell’occupazione. È questo il vero nodo irrisolto del sistema lavoro italiano.

L’ultimo report sull’occupazione del Centro Studi di Unimpresa, basato su un’elaborazione dei dati Istat, mostra con chiarezza che il mercato del lavoro cresce, migliora nella qualità dei contratti, ma non riesce ad ampliare la partecipazione al lavoro. Il sistema produce occupazione, ma non recupera chi è rimasto fuori dal circuito produttivo.

Chi sono gli attivi e quanti sono in Italia

Gli inattivi sono le persone in età lavorativa che non hanno un impiego e non lo cercano attivamente. Non sono disoccupati, perché non risultano disponibili o attivamente impegnati nella ricerca di lavoro. Nel linguaggio economico rappresentano una delle componenti più problematiche del mercato del lavoro, perché segnalano sfiducia, esclusione sociale e difficoltà strutturali di accesso all’occupazione.

Secondo l’analisi di Unimpresa, questo bacino resta sostanzialmente invariato a quota 12,4 milioni, con un tasso di inattività intorno al 33%, che si traduce in minore base contributiva, minori entrate fiscali, maggiore pressione sul welfare, crescita più lenta del Pil potenziale e minore dinamismo sociale. In sostanza, una perdita di capitale reale e umano che il Paese non riesce a recuperare.

Più occupati, ma non più partecipazione

Il paradosso emerge chiaramente guardando agli altri indicatori. Tra settembre 2022 e novembre 2025 sono stati creati oltre un milione di posti di lavoro. Gli occupati sono passati da 23,1 a 24,1 milioni, con un incremento di circa 4,5 punti percentuali. In parallelo, la disoccupazione è scesa da 2 milioni a 1,4 milioni di persone, con una riduzione di circa il 25%.

Anche gli indicatori strutturali confermano il miglioramento. Il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,6%, massimo storico dall’inizio delle rilevazioni, mentre il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,9% al 5,7% in tre anni.

La forbice tra occupazione e disoccupazione si è ampliata fino a quasi 57 punti, segnalando una dinamica complessivamente positiva del mercato del lavoro. Tuttavia, questo progresso non si traduce in un ampliamento della base dei partecipanti al lavoro.

Gli inattivi non diminuiscono. Il sistema, quindi, non sta includendo nuove persone, ma sta redistribuendo opportunità soprattutto tra chi è già vicino al mercato del lavoro..

La crescita del lavoro non è inclusiva

Il report evidenzia anche un miglioramento qualitativo dell’occupazione. I lavoratori dipendenti sono aumentati di 802mila unità, arrivando a quota 18,9 milioni. Oggi circa 8 occupati su 10 lavorano come dipendenti, confermando la prevalenza delle forme contrattuali stabili.

Il problema, però, è che questa crescita non è inclusiva. L’aumento degli occupati riguarda in larga parte gli over 50, mentre i giovani e le donne rimangono precari. Negli ultimi anni, la crescita dell’occupazione è trainata soprattutto dall’allungamento della vita lavorativa e dall’aumento dell’età pensionabile, non da un reale ricambio generazionale.

La vera sfida: attivare gli inattivi

Come sottolineano gli analisti di Unimpresa, l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro è la principale sfida del medio periodo. Non basta creare posti di lavoro, bisogna creare le condizioni perché le persone tornino a cercarlo.

Questo significa:

Il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi, parla di una dinamica occupazionale solida, ma richiama la necessità di politiche economiche che mettano le imprese nelle condizioni di investire, crescere e aumentare la capacità produttiva.

Meno burocrazia, fisco più favorevole, accesso al credito e innovazione sono leve fondamentali per creare occupazione duratura. Ma da sole non bastano.

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