Giovani e donne più precari in Italia, 38mila contratti non rinnovati in un mese

I dati Istat pubblicati l’8 gennaio 2026 delineano un mercato del lavoro italiano a due velocità. La precarietà colpisce donne e giovani

Pubblicato:

Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

Giovani e donne, soprattutto precari, sono tra le categorie più penalizzate e più esposte al rischio disoccupazione in Italia. A confermarlo i dati Istat pubblicati l’8 gennaio 2026, che offrono una fotografia complessa e per certi versi contraddittoria del mercato del lavoro italiano.

Dietro indicatori che, nel confronto annuale, mostrano una tenuta complessiva dell’occupazione, emergono segnali di fragilità che colpiscono in modo selettivo i lavoratori con contratti a termine. Basti pensare che, in un solo mese, circa 38mila rapporti di lavoro non sono stati rinnovati.

Il calo mensile degli occupati in Italia: chi perde lavoro

A novembre 2025, su base mensile, il numero complessivo di occupati in Italia è diminuito dello 0,1%, passando da a 24 milioni e 188 mila unità (-34mila unità in 30 giorni).

Di conseguenza, anche il tasso di occupazione è sceso di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre, attestandosi al 62,6%. Il calo riguarda in modo prevalente le donne, i dipendenti a termine e gli autonomi, ma anche i giovani tra i 15 e i 24 anni e gli adulti tra i 35 e i 49 anni.

Al contrario, l’occupazione cresce tra i 25-34enni, mentre rimane sostanzialmente stabile tra gli uomini, tra i dipendenti permanenti e tra chi ha almeno 50 anni. È una segmentazione netta che conferma un trend ormai strutturale: il mercato del lavoro italiano tende a proteggere chi è già stabilmente inserito.

Il nodo dei contratti a termine: giovani e donne più esposti a precarietà

La diminuzione degli occupati coinvolge in particolare i dipendenti a termine, che scendono a 2 milioni 477mila, con 38mila contratti non rinnovati in un solo mese.

È vero che l’occupazione complessiva in un anno (novembre 2025 – novembre 2025) è cresciuta dello 0,7%, ma questo aumento è il risultato di una crescita spinta solo dipendenti permanenti (+258mila) e degli autonomi (+126mila).

Giovani e donne continuano a pagare il prezzo più alto.

Il tasso di disoccupazione tra le donne è infatti pari al 53,7%, contro il 71,2% degli uomini in Italia risulta occupato. La perdita di posti di lavoro per questa categoria è spesso legata a contratti temporanei, part-time involontari e settori più esposti alla stagionalità o alle incertezze della domanda.

Mentre tra i 15-24enni, il calo degli occupati su base mensile si combina con un livello di disoccupazione ancora elevato (pari al 18,8%). Anche se la disoccupazione giovanile scende leggermente nel mese, quasi un giovane su cinque che cerca lavoro non lo trova.

Aumentano le persone che hanno smesso di cercare un lavoro

Nello stesso periodo, il tasso di disoccupazione generale è sceso al 5,7% (-0,1 punti). A prima vista, potrebbe sembrare una buona notizia. In realtà, il dato va interpretato con cautela.

La riduzione dei disoccupati, infatti, si accompagna a una crescita significativa degli inattivi tra i 15 e i 64 anni: 72mila persone in più, che hanno portato il tasso di inattività al 33,5%, con un incremento di 0,2 punti percentuali. E proprio questo trend ha contribuito a far diminuire la disoccupazione.

Non sono aumentati cioè i posti di lavoro, ma una quota maggiore di persone ha proprio smesso di cercarne uno. Scomparendo dalle statistiche, questi non vengono conteggiati e, di conseguenza, il numero di soggetti in attesa di occupazione risulta minore.

La crescita degli inattivi riguarda entrambi i generi e tutte le classi d’età, con l’unica eccezione dei 25-34enni, tra i quali il numero di inattivi è in calo.

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