10 giorni ai padri e part-time forzato alle madri: la cura dei figli è ancora un affare da donne

Il congedo parentale obbligatorio per i padri è obbligatorio solo perché ce l'ha detto l'Europa ma resta di 10 giorni e poco pagato per chi decide di prolungarlo

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

Arrivato Ferragosto, ormai si può dire che l’estate sia più che finita, così come le settimane di ferie, quasi obbligate per molti dalle chiusure aziendali. Manca poco a settembre, il mese in cui il lavoro di cura torna tutto, inesorabilmente, sulle spalle delle donne. Come se d’estate non se ne fosse mai andato da lì. Con la riapertura delle scuole, decisamente tardiva rispetto a quella dei luoghi di lavoro, si riprendono a singhiozzo i ritmi ordinari e si ripropone l’annoso divario di genere nella gestione della famiglia.

Mentre i Paesi europei più avanzati hanno trasformato i congedi parentali e i permessi per motivi familiari in vere e proprie leve di parità e condivisione, l’Italia continua ad arrancare nelle posizioni di coda delle classifiche continentali. La distanza drammatica tra i dieci giorni di congedo retribuito dei padri italiani e le sedici settimane di quelli spagnoli non pesa solo sulla solitudine delle madri, ma sulla tenuta socio-economica dell’intero Paese.

Come è cambiata la legge italiana negli anni

Negli ultimi vent’anni la legislazione italiana in materia di genitorialità non è rimasta immobile, ma i suoi miglioramenti somigliano più a piccoli aggiustamenti di facciata che a una vera riforma strutturale. Si è partiti dalla Legge 53 del 2000, che ha introdotto per la prima volta l’idea che anche il padre potesse usufruire del congedo parentale facoltativo, superando l’impostazione storica che considerava la cura dei figli come un’esclusiva responsabilità materna.

Un decennio più tardi, la Riforma Fornero del 2012 ha obbligato i padri ad astenersi dal lavoro, ma per la durata simbolica di un solo giorno. Da quel singolo giorno si è arrivati gradualmente a quattro e poi a cinque, fino alla spinta decisiva della Direttiva europea del 2019, recepita dall’Italia nel 2022, che ha fissato la quota obbligatoria per i padri a 10 giorni lavorativi retribuiti al 100%.

Le più recenti leggi di bilancio hanno poi alzato al 30% e in parte all’80% la retribuzione dei primissimi mesi di congedo facoltativo. Eppure, nonostante questi passi in avanti, la struttura di fondo rimane fortemente squilibrata: all’uomo si chiedono due settimane di presenza, alla donna si delega tutto il resto. Un po’ poco per i Governi di un Paese che si dicono preoccupati dell’inverno demografico.

La classifica europea dei congedi

Per comprendere quanto sia profonda la distanza tra l’Italia e il resto d’Europa, basta mettere a confronto il numero di giorni riservati ai padri lavoratori dipendenti, i periodi di congedo condiviso e la relativa retribuzione garantita dai vari ordinamenti.

Paese Congedo paternità Congedo parentale totale o condiviso Retribuzione
Spagna 16 settimane (~80 giorni) 16 settimane per ciascun genitore 100% della retribuzione (non trasferibile)
Svezia 90 giorni riservati 480 giorni totali (~16 mesi) 80% per 390 giorni
Norvegia 15–19 settimane (~75-95 gg) 49–59 settimane complessive 80% – 100% della retribuzione
Finlandia 160 giorni individuali (~5 mesi) 320 giorni complessivi tra i genitori Quota proporzionale ad alto tasso (~70-80%)
Portogallo 28 giorni obbligatori 120–150 giorni totali 80% – 100% a seconda della durata scelta
Francia 28 giorni calendariali Fino a 3 anni (congedo educativo) 100% nei 28 giorni; indennità fissa per il lungo periodo
Germania 10 giorni lavorativi (in fase di riforma) 12–14 mesi complessivi 65% – 67% del reddito netto (max 1.800 €/mese)
Italia 10 giorni lavorativi Fino a 10–11 mesi totali 100% per 10 giorni; 80% per i primi mesi, poi 30%

Tre filosofie a confronto

Leggendo i numeri della tabella emergono con chiarezza tre diversi modelli culturali ed economici.

I Paesi del Nord Europa basano i propri sistemi su una flessibilità di lunghissima durata affiancata dalla regola fondamentale del use it or lose it: una quota rilevante di mesi è riservata esclusivamente al padre che, se decide di non utilizzarla, perde definitivamente quel periodo e il relativo sussidio. Questo meccanismo ha abbattuto lo stigma sociale, portando oltre l’80% dei padri scandinavi a prendersi diversi mesi di pausa dal lavoro per accudire i figli.

La Spagna ha scelto invece la via della rivoluzione paritaria drastica. Ha eliminato la distinzione tra maternità e paternità concedendo a ciascun genitore 16 settimane di congedo intoccabili, non trasferibili e pagate al 100% dello stipendio. In questo modo, per un datore di lavoro spagnolo assumere un uomo o una donna di trent’anni comporta esattamente lo stesso identico rischio organizzativo legato a una futura genitorialità.

L’Italia, al contrario, vive di un’ambiguità di fondo. Sulla carta garantisce un congedo parentale facoltativo molto lungo, fino a 11 mesi complessivi. Il problema sorge nel momento in cui si guarda alla copertura economica: una volta trascorse le prime sei od otto settimane, l’indennità crolla al 30% dello stipendio. In un Paese in cui il lavoro è sempre più povero per tutti, e in cui esiste ancora un marcato divario salariale a sfavore delle donne, la scelta della famiglia diventa obbligata: a rimanere a casa a stipendio ridotto è quasi sempre il genitore che guadagna di meno, cioè la madre. I 10 giorni obbligatori previsti per il padre rimangono così un contentino simbolico che colloca l’Italia sui livelli minimi, peraltro imposti dall’Europa, lontana dalle tutele garantite altrove.

Il part-time involontario e il soffitto di vetro

Questo corto circuito normativo e culturale scarica i suoi costi direttamente sul percorso lavorativo delle donne. In assenza di una rete pubblica di asili nido accessibile e con padri schiacciati da ritmi di lavoro che non prevedono pause di cura, la riduzione dell’orario di lavoro diventa spesso l’unica via di sopravvivenza organizzativa.

Non è un caso che in Italia quasi la metà dei contratti a tempo parziale stipulati da donne sia di natura involontaria: non una libera scelta di vita, ma un ripiego subito per non dover rassegnare le dimissioni. Un ripiego che si trasforma in una trappola a lungo termine, tagliando i redditi attuali e compromettendo le pensioni future. Oltre una madre su cinque finisce per uscire definitivamente dal mercato del lavoro nei primi anni di vita del bambino, portando il tasso di occupazione delle madri italiane al 53,6%, contro l’88,7% dei padri.

Il paradosso più stridente di questo sistema riguarda la qualità e la preparazione del capitale umano. Le donne italiane studiano di più, si laureano in percentuale maggiore e con voti mediamente più alti rispetto ai colleghi uomini. Tuttavia, non appena entra in gioco la maternità, questo bagaglio di competenze viene congelato. Il risultato è un Paese che prima investe sull’istruzione delle proprie donne e poi ne spreca sistematicamente il talento, costringendole a scegliere tra la carriera e la famiglia.

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