La sostenibilità si misura in alberi piantati o nella risposta delle comunità coinvolte? È una domanda che accompagna sempre più spesso il dibattito sulla transizione ecologica, in un momento in cui aziende e istituzioni sono chiamate a dimostrare che gli impegni ambientali producono effetti concreti e duraturi. Se per anni la riforestazione è stata raccontata soprattutto attraverso i numeri, oggi la sfida è capire quanto questi progetti riescano davvero a trasformare il territorio, rafforzare la biodiversità e coinvolgere cittadini, imprese e amministrazioni in un cambiamento destinato a durare nel tempo.
In questo contesto la Fondazione Yves Rocher celebra i suoi 35 anni di attività. Nata nel 1991 per promuovere la tutela della biodiversità e sostenere chi opera quotidianamente per la natura, la Fondazione ha sviluppato nel tempo programmi internazionali dedicati alla riforestazione e all’empowerment femminile. Tra questi c’è Plant for Life, l’iniziativa che ha contribuito alla piantumazione di oltre 135 milioni di alberi nel mondo, mentre in Italia il progetto Agribiosa ha già portato alla messa a dimora di oltre 65 mila alberi e arbusti, coinvolgendo agricoltori, scuole, amministrazioni locali e associazioni in un percorso che punta a rafforzare la resilienza dei territori.
Ne abbiamo parlato con Jacques Rocher, Presidente della Fondazione Yves Rocher, che ripercorre l’evoluzione dell’impegno ambientale degli ultimi trentacinque anni e riflette sul rapporto tra sostenibilità, economia e responsabilità condivisa. Dall’importanza delle comunità locali al ruolo delle imprese nella tutela della biodiversità, fino al valore educativo delle nuove generazioni, emerge una convinzione precisa: la transizione ecologica non si misura soltanto dagli alberi piantati, ma dalla capacità di creare una cultura della cura, capace di generare benefici duraturi per gli ecosistemi e per le persone che li abitano.
Oggi biodiversità, cambiamento climatico e riforestazione sono entrati nel dibattito pubblico e nelle strategie di molte imprese. Ma quando la Fondazione Yves Rocher è nata, nel 1991, questi temi erano ancora considerati marginali. Che cosa è cambiato in questi 35 anni? E quanto, secondo lei, il mondo economico ha davvero compreso il valore strategico della tutela della natura?
Molte cose sono cambiate, e questo è sicuramente un aspetto positivo, anche se il cambiamento non è stato rapido quanto avremmo sperato e, in alcuni casi, stiamo assistendo anche a un ridimensionamento del sostegno verso alcune organizzazioni impegnate nella tutela della natura. Quando, nel 1991, ho fondato la Fondazione Yves Rocher insieme a mio padre e a un piccolo gruppo di amici, eravamo già convinti che la tutela dell’ambiente fosse una priorità. All’epoca, però, erano pochissime le persone realmente sensibili a questi temi e ancora meno le associazioni impegnate sul campo. L’anno successivo partecipammo al Summit della Terra di Rio: tra le aziende francesi presenti ce n’erano soltanto quattro, e Yves Rocher era una di queste. Eravamo dei pionieri. Negli anni ho visto nascere numerose organizzazioni, istituzioni e iniziative che hanno contribuito a diffondere una maggiore consapevolezza. Anche la Fondazione ha ampliato il proprio impegno, ispirandosi all’incontro con persone straordinarie come Wangari Maathai, Premio Nobel per la Pace, con cui nel 2006 abbiamo lanciato il programma *Plant for Life*. Oggi quasi tutte le grandi aziende dispongono di un dipartimento dedicato alla sostenibilità: è un segnale importante, ma credo che la portata e la velocità delle azioni siano ancora insufficienti. Dobbiamo fare molto di più, insieme.
Nel progetto Agribiosa lavorate con agricoltori, amministrazioni locali, scuole e associazioni. Piantare alberi è solo il punto di partenza: quanto conta costruire una comunità che se ne prenda cura nel tempo? In altre parole, il vero investimento è l’albero o le persone che vivono attorno?
Le comunità sono il cuore di tutto. Agricoltori, studenti, cittadini: sono loro a dare continuità a ogni progetto. Per questo sosteniamo iniziative che nascono dai territori e rispondono a bisogni concreti espressi dalle persone che li vivono ogni giorno. L’esperienza di Agribiosa lo dimostra chiaramente. In Veneto, dove il progetto è attivo, negli ultimi anni si sono susseguite siccità e ondate di calore. Ho visitato personalmente l’area lo scorso maggio e sono rimasto colpito nel vedere quanti alberi fossero ancora presenti e in ottima salute. È stato possibile perché chi li ha piantati se ne è preso cura, dedicando tempo all’irrigazione e alla loro crescita. Dietro ogni albero c’è una storia fatta di persone, responsabilità e partecipazione. È questo, più ancora della piantumazione in sé, a fare la differenza.
Sempre più spesso si sostiene che la tutela della biodiversità non sia soltanto una responsabilità ambientale, ma anche un fattore economico. Dal vostro osservatorio, imprese e territori hanno davvero compreso il valore di questo legame oppure c’è ancora la tendenza a considerare la sostenibilità un costo?
Mio padre mi ha insegnato fin da bambino che il nostro benessere dipende dalla natura. Quando fondò Yves Rocher, decise fin da subito di utilizzare ingredienti naturali nei suoi prodotti, convinto che il mondo vegetale rappresentasse una risorsa straordinaria. Lo stesso spirito lo portò a battersi per proteggere alberi e siepi intorno al nostro villaggio, La Gacilly, in Bretagna, perché aveva compreso quanto questi elementi fossero preziosi per la biodiversità. È anche da quell’esempio che è nato il mio impegno nella Fondazione. Oggi, soprattutto nelle città colpite dalle ondate di calore, stiamo comprendendo che il costo dell’inazione è molto più alto di quello necessario per intervenire. Piantare alberi, sia nelle aree urbane sia in quelle rurali, significa investire nel futuro. E gli alberi hanno una straordinaria capacità di restituire valore: crescono naturalmente, offrono servizi ecosistemici fondamentali e hanno bisogno soltanto di una fonte di energia rinnovabile, il sole.
Nel corso degli anni avete contribuito alla piantumazione di milioni di alberi in tutto il mondo. Se dovesse scegliere un solo indicatore per misurare il successo di un progetto come questo, quale sarebbe?
Se si vuole davvero cambiare il mondo, il risultato più importante non si misura soltanto nei numeri, ma nella capacità di lasciare un’eredità alle nuove generazioni. Ogni volta che visito uno dei nostri progetti, dai Paesi Bassi al Togo, mi soffermo a osservare i bambini. Voglio capire se hanno compreso l’importanza della natura, se partecipano alla piantumazione degli alberi, se prendono parte alle attività educative. Ogni volta resto sorpreso dal loro entusiasmo e dal loro senso di responsabilità. Quando vedo un bambino spiegare ai propri genitori o a un agricoltore perché sia importante piantare un albero, penso che non esista successo più grande. È il segno che quel cambiamento continuerà anche in futuro.
Lei ha detto che “piantare un albero significa credere nel futuro”. In un’epoca segnata da cambiamenti climatici, tensioni geopolitiche e incertezza economica, che cosa la rende ancora ottimista? E quale responsabilità avranno imprese, istituzioni e cittadini nel costruire quel futuro?
Fin dalla nascita della Fondazione abbiamo collaborato con oltre cento organizzazioni impegnate nella tutela della natura e oggi più di settanta lavorano con noi direttamente sul campo, piantando alberi. Grazie a questa rete, oltre un milione di persone contribuisce ogni giorno ai nostri progetti in ogni parte del mondo. È questa capacità di agire insieme che mi rende ottimista. A questo si aggiunge il programma *Terre de Femmes*, che negli anni ha sostenuto oltre 500 donne impegnate nella tutela dell’ambiente e delle proprie comunità. Sono persone che conoscono da vicino i problemi dei territori, propongono soluzioni concrete e trasmettono il loro impegno alle nuove generazioni. Sono loro, ogni giorno, a ricordarmi che è ancora possibile costruire un mondo più resiliente e sostenibile. La sfida non è finita e il futuro dipende dalla responsabilità condivisa di imprese, istituzioni e cittadini.