La crisi dell’acqua in Italia, la rete colabrodo che mette a rischio il 20% del nostro Pil

Tra reti obsolete e siccità si disperde quasi metà dell'acqua immessa: per gli esperti senza interventi è a rischio un quinto della ricchezza

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

La regione Sicilia ha appena approvato 19 interventi, dal valore di oltre 47 milioni di euro, per potenziare e ammodernare il sistema idrico del territorio. In Italia, infatti, con l’arrivo dell’estate, si inizia anche a combattere con la carenza di acqua. Tra siccità e dispersione idrica, in Italia permangono lacune infrastrutturali che non fanno altro che aumentare i costi per i singoli cittadini. Nel Pacchetto semestrale europeo primaverile, tra analisi che riguardano economia e sviluppo sociale, ci sono anche i riferimenti a come l’Italia affronta i rischi della crisi climatica e le lacune infrastrutturali nella gestione di rifiuti e acqua. Al momento ci sono in corso 6 procedure di infrazione: una sulle acque potabili, una sulla direttiva nitrati e 4 su fognatura e depurazione.

L’Europa infatti ci ricorda che è fondamentale, in materia di gestione delle risorse idriche, attuare il Piano nazionale per le infrastrutture e la sicurezza nel settore idrico (PNIISSI). Per colmare le lacune infrastrutturali serve non solo l’attuazione del piano, ma anche la promozione del monitoraggio dei volumi di consumo idrico e dell’irrigazione gestita collettivamente nel sistema dedicato. Si iniziano a notare i progressi compiuti nell’ambito del RRP e dei programmi di politica di coesione, ma la strada è ancora lunga.

Dispersione idrica: le carenze dell’Italia

L’Italia non è un Paese al quale manca acqua. Per disponibilità, secondo l’istituto di ricerca Eurispes, siamo al terzo posto in Europa, dietro solo a Svezia e Francia. Ma siamo anche il Paese con il maggior consumo pro capite di acqua potabile. In realtà è sbagliato parlare di “consumi” veri e propri, visto che quasi la metà dell’uso civile di acqua viene dispersa in una rete colabrodo.

Quello che ricorda il Rapporto Paese è che è urgente attuare tutte le misure di adattamento ai cambiamenti climatici, e una delle basi è avere a disposizione una risorsa come l’acqua. L’Italia sta cercando di recuperare, aumentando gli investimenti nella rete idrica in maniera costante. A partire dal 2012, quando si spendevano circa 32 euro per abitante, oggi si è passati a circa 106 euro grazie agli investimenti del PNRR. Con la sua fine, si prevede un calo del 10%.

Nei prossimi 10 anni, il costo del servizio idrico potrebbe aumentare per far fronte alla sicurezza della risorsa e dei territori. Lo ricorda Cittadinanzattiva, che prevede una tariffa più alta. Quanto pagato oggi, tra le tariffe più basse d’Europa, è già considerato da oltre la metà dei cittadini un costo “alto” o “molto alto”.

Qual è la dispersione idrica per Regione

Ogni regione ha le proprie particolarità e soprattutto difficoltà. Ci sono regioni più virtuose e regioni in cui rimangono gravi criticità. A livello regionale, secondo i dati Eurispes, la maggior parte delle perdite avviene in:

Sono tutte regioni centro-meridionali quelle che hanno livelli di perdite idriche superiori alla media nazionale, tranne per i dati delle Marche (34,3%) e della Toscana (41,6%)

A livello comunale, di provincia o città metropolitana, in alcuni casi si arriva a superare anche il 55% di dispersione. Per esempio a:

Lo stress idrico

Quando pensiamo alla dispersione idrica, ci viene in mente la siccità che colpisce in particolar modo le regioni del sud Italia. L’immagine potrebbe essere quella del rubinetto dal quale non esce neanche una goccia. Quando si parla di “sfruttamento della risorsa”, invece, non si fa riferimento al bicchiere vuoto, ma al consumo. L’Italia è in forte stress idrico. Secondo il rapporto del centro studi Italy for Climate, nel nostro Paese preleviamo il 27% dell’acqua complessivamente disponibile sul territorio. Una percentuale che non fa salire l’Italia sul podio dello stress idrico per una sola posizione.

Il podio è occupato da:

Infatti l’Italia, insieme a questi tre Paesi, ha superato la soglia di allerta fissata al 20% e il motivo è una combinazione tra disponibilità della risorsa e il livello dei prelievi. In Italia la disponibilità di acqua è calata del 20% in 100 anni.

Per quanto riguarda il valore assoluto, ci sono 135 miliardi di metri cubi disponibili all’anno; ma se lo guardiamo sotto la voce del rapporto alla popolazione, siamo a 2.300 metri cubi l’anno pro capite (circa la metà della media europea).

Il costo della crisi idrica

La crisi dell’acqua ha un costo. Non solo per gli effetti diretti, ma anche per quelli indiretti. Nel Libro bianco 2026 del think tank Teha si discute proprio dell’esposizione dell’Italia allo stress idrico che vede poca o troppa acqua nei momenti sbagliati. Con oltre 1000 episodi di precipitazioni intense e 139 allagamenti urbani solo nel 2025, diversi sistemi sono entrati in sofferenza, a partire da quello dell’agricoltura che ha subito un calo della produzione del 7,8%.

Secondo Valerio De Molli, ceo di Teha Group, senza acqua salta il 20% del Pil italiano. Spiega:

Servono una visione più ambiziosa e integrata, accelerare gli investimenti, modernizzare le infrastrutture, mobilitare capitali pubblici e privati, spingere su innovazione e digitalizzazione e diffondere una nuova cultura dell’acqua lungo l’intera filiera.

Perché non abbiamo abbastanza acqua?

Come anticipato, si tratta di un mix di motivi. Da una parte la disponibilità ridotta a causa della contrazione dei ghiacciai. Infatti le precipitazioni nevose si sono dimezzate dagli anni 50 del secolo scorso e i ghiacciai si sono ridotti di più del 30%. La Marmolada, divenuta un esempio di come in futuro le Olimpiadi invernali non potranno più essere ospitate in Italia, nell’ultimo secolo ha perso l’80% del proprio volume e secondo le previsioni non riuscirà a sopravvivere fino al 2050.

Ma accanto alla disponibilità ridotta c’è anche un utilizzo intensivo della risorsa. L’Italia ha prelevato più acqua di Spagna, Francia e Germania, con l’agricoltura che assorbe la quota maggiore (17 miliardi di metri cubi) e l’uso civile a seguire con oltre 8 miliardi di metri cubi.

A pesare sul dato dell’uso civile è proprio la dispersione idrica. Il 42,2% dell’acqua immessa in rete si disperde prima di arrivare nelle abitazioni (2020) ed è un dato che peggiora nel tempo. Nel 2008, per esempio, la dispersione si fermava al 32%.

Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, alla Venice Climate Week 2026 ha spiegato che serve:

un cambio di modello nella gestione della risorsa idrica, passando dall’uso lineare dell’acqua a uno circolare, puntando al risparmio idrico in tutti i settori, al rinnovo delle reti per porre fine alle ingenti dispersioni, al riuso irriguo delle acque affinate con recupero di fosforo e azoto dai fanghi di depurazione, alla raccolta e al riuso delle acque piovane.

Parla anche di impermeabilizzazione del territorio, aumento delle aree di espansione e di ripristino delle fasce fluviali e delle aree umide, di accumulo delle piogge nelle zone urbane e periurbane. In altre parole: pianificazione dell’adattamento climatico.

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