In un’operazione militare congiunta denominata “Ruggito del Leone”, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco contro l’Iran, colpendo la capitale Teheran e diverse altre città della Repubblica Islamica all’alba di sabato 28 febbraio.
L’offensiva, confermata direttamente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un video diffuso sul suo social Truth, non è stata presentata come un semplice raid mirato, ma come l’inizio di “grandi operazioni di combattimento“. In linea con Washington, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha parlato di un “attacco preventivo contro l’Iran per rimuovere le minacce per lo Stato di Israele”. In Israele è stato immediatamente dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, mentre l’Iraq ha chiuso il proprio spazio aereo per il timore di un allargamento del conflitto.
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L’attacco
Le prime esplosioni sono state udite all’alba a Teheran. Secondo testimonianze riportate dal New York Times e dal quotidiano iraniano Shargh, colonne di fumo nero si sono alzate nella zona che ospita la residenza della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, oltre al palazzo presidenziale e alla sede del Consiglio di sicurezza nazionale. Fonti della Reuters hanno tuttavia riferito che Khamenei non si trovava nella capitale, essendo stato trasferito “in una località sicura”, segno che l’Iran si aspettava un attacco imminente.
Oltre a Teheran, raid sono stati segnalati nelle città di Isfahan, Qom, Karaj, Kermanshah e Tabriz. L’emittente israeliana Kan ha riferito che gli obiettivi sono “siti del regime e siti militari, anche legati al programma di missili balistici”. L’Ente per l’aviazione civile iraniano ha immediatamente chiuso l’intero spazio aereo del Paese.
Secondo funzionari statunitensi citati dal New York Times, l’offensiva sarebbe molto più estesa rispetto a quella dello scorso giugno, quando Stati Uniti e Israele colpirono siti del programma nucleare iraniano in un breve conflitto durato 12 giorni. In quell’occasione il coinvolgimento americano fu limitato e presentato come conclusivo. Questa volta, invece, il tono di Trump sembra prefigurare uno scenario completamente diverso, orientato a un cambio di regime.
La reazione dell’Italia
“Seguo gli sviluppi della situazione in costante contatto con le Ambasciate d’Italia a Teheran ed a Tel Aviv”: così su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani, riferendosi agli attacchi lanciati da Israele e Usa in Iran.
Sempre attraverso X, la Farnesina ha reso noto che, in caso di emergenza, è possibile contattare l’Ambasciata d’Italia a Teheran al numero 00989121035062 e quella a Tel Aviv allo 00972548803940. L’Unità di crisi è invece raggiungibile al +39 0636225 o via mail all’indirizzo unita.crisi@esteri.it.
A seguito dell’aggravarsi della crisi in Medio Oriente, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione telefonica con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, con il ministro della Difesa Guido Crosetto e con i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. Lo fanno sapere fonti di Palazzo Chigi.
Quali scenari per il dopo-attacco
Mentre la comunità internazionale segue con apprensione l’evolversi della situazione, gli analisti si interrogano su ciò che potrebbe accadere ora. L’offensiva congiunta apre infatti scenari molteplici, tutti estremamente pericolosi.
Da un lato, l’obiettivo dichiarato da Trump di “eliminare il regime” potrebbe tradursi in una strategia di decapitazione del potere iraniano. Attacchi mirati contro i vertici del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica potrebbero, in teoria, indebolire il controllo di Teheran. Questa ipotesi appare però remota senza una solida opposizione interna in grado di assumere il potere, un’alleanza che al momento non esiste.
Lo scenario opposto, e forse più probabile, è quello di una reazione violenta e imprevedibile da parte dell’Iran. Sebbene l’attacco possa averne ridotto le capacità operative, Teheran conserva un arsenale di risposta significativo.