Cosa sono gli asset russi e come l’Ue vuole usarli per finanziare l’Ucraina

Il Consiglio dell'Unione europea si prepara a votare un prestito fondamentale per l'Ucraina: 90 miliardi di euro che Bruxelles vuole garantire attraverso gli asset russi congelati in Europa

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Matteo Runchi

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Nella giornata di oggi 18 dicembre il Consiglio dell’Unione europea si riunirà per votare su un nuovo prestito all’Ucraina. 90 miliardi di euro fondamentali per la resistenza del Paese all’invasione russa, soprattutto da quando gli Usa hanno smesso di sostenerla. La Commissione europea vorrebbe usare, per “garantire” questo prestito 210 miliardi di asset russi congelati in Europa.

Si tratta principalmente di titoli di Stato europei che la Russia aveva acquistato prima del 2022 e che aveva tenuto in Europa, in buona parte presso una società finanziaria in Belgio, Euroclear. Non è chiaro, però se questa operazione sia legale e se abbia il sostegno politico sufficiente per passare il voto del Consiglio. L’alternativa, però, sembra ancora meno realizzabile.

Cosa sono gli asset russi

All’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Unione europea decise di bloccare l’accesso di Mosca a tutti gli asset finanziari che lo Stato russo deteneva in Europa, per impedire che li utilizzasse per finanziare la guerra.

Il blocco riguardava 210 miliardi di euro, principalmente in titoli di Stato di Paesi europei. Inizialmente il congelamento di questi asset doveva essere rinnovato ogni 6 mesi con un voto unanime ma, all’inizio di dicembre 2025, la Commissione ha ottenuto il loro blocco permanente.

Essendo titoli di Stato, dal 2022 questi asset hanno maturato interessi che non sono mai arrivati alla Russia. Gli Stati europei hanno deciso quindi di utilizzarli per sostenere l’Ucraina. Si tratta però “solo” di 1,5 miliardi di euro. La questione, ora, è di una scala diversa.

Il voto in Consiglio dell’Unione europea

Oggi, 18 dicembre, il Consiglio europeo (la riunione dei capi di Stato e di governo dell’Ue che è il vero organo decisionale del blocco) dovrà decidere come aiutare l’Ucraina. La Commissione europea (il governo dell’Ue) ha proposto un prestito da 90 miliardi di euro. Dovrebbe bastare a sostenere il Paese per i prossimi due anni, ma Bruxelles vuole che questi soldi vengano dagli asset russi.

Non potendo confiscare a piacimento i titoli di Stato (rischierebbe di compromettere la credibilità dei debiti pubblici degli Stati membri), la Commissione ha trovato uno stratagemma legale diverso per usare gli asset russi: un “prestito di riparazione“. L’Ucraina otterrebbe 90 miliardi dall’Ue sotto forma di prestito, da restituire però alla Russia in caso questa, dopo la fine della guerra, si impegni a risarcire i danni provocati dalla sua invasione.

Se questo non dovesse accadere (come è probabile), per saldare il debito l’Ucraina potrà utilizzare gli asset russi. Di fatto questo stratagemma trasferisce gli asset russi all’Ucraina come forma di riparazione per la guerra.

Perché usare gli asset russi

Il motivo per cui la Commissione vuole usare gli asset russi è politico. L’alternativa sarebbe emettere debito comune europeo per finanziare l’Ucraina. Questo però richiederebbe un voto unanime del Consiglio europeo e l’Ungheria di Viktor Orban, principale alleato di Putin in Ue, ha già annunciato il suo veto. Sugli asset russi basterebbe invece la maggioranza qualificata.

L’approvazione del prestito è però cruciale per tre motivi diversi:

La maggioranza attorno all’utilizzo degli asset in Consiglio sembra essersi formata, soprattutto grazie al supporto della Germania e di altri Paesi “frugali”, che vogliono evitare nuovo debito comune. La Commissione non vuole però procedere senza il Belgio, che è preoccupato delle possibili conseguenze legali di questa mossa e che Euroclear (che è molto importante per l’economia belga) possa entrare in difficoltà.

Per questo Bruxelles ha chiesto a tutti gli Stati membri di condividere la responsabilità del prestito, in modo da rassicurare il Belgio. I dubbi sembrano nascere proprio attorno a questo tema, su cui il supporto necessario alla maggioranza qualificata sembra vacillare.

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