La ricchezza degli italiani è ferma, ma non per tutti: il 5% più ricco ha raddoppiato i patrimoni

Secondo i dati First Cisl, sono salari fermi, mattoni svalutati e conti correnti come scudo dall'inflazione i motivi della stagnazione economica dell'Italia rispetto all'Ue.

4 min di lettura

Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

La ricchezza delle famiglie italiane torna a crescere in termini assoluti, ma il confronto con i contesti europei registra un ritardo strutturale accumulato nell’ultimo decennio. Lo dicono le elaborazioni della Fondazione Fiba di First Cisl, basate sugli ultimi dati Bce ed Eurostat.

Se dal 2015 alla fine del 2025 la ricchezza netta italiana è aumentata del 22,8%, nello stesso arco temporale la media dell’Area Euro registra una crescita del 60,8%. Il divario appare ancora più evidente rispetto ai principali competitor continentali: nel decennio analizzato la Germania ha visto crescere la propria ricchezza dell’87,3%, la Spagna del 56,6% e la Francia del 42%.

Il mattone si è svalutato negli anni

Per comprendere le cause dell’andamento decennale descritto dal report a due velocità occorre analizzare la diversa allocazione delle risorse tra i risparmiatori italiani ed europei. Del patrimonio netto complessivo delle famiglie italiane, che ha raggiunto gli 11.333 miliardi di euro, la metà della ricchezza è cristallizzata in abitazioni di proprietà. Tuttavia, mentre nelle principali economie europee il settore immobiliare ha beneficiato di un costante apprezzamento, in Italia il valore reale degli immobili si è ridotto tra il 2015 e il 2025, con l’eccezione di ristrette aree metropolitane.

Gli effetti di una liquidità estremamente difensiva

A questa dinamica si somma un’elevata propensione alla custodia della liquidità. Sui conti correnti e sui depositi bancari italiani giacciono circa 1.500 miliardi di euro, pari al 30% del portafoglio finanziario complessivo. Una scelta dettata da finalità precauzionali che espone tuttavia le risorse all’erosione dell’inflazione. La quota destinata ad azioni e fondi di investimento si attesta tra il 28% e il 30%, laddove in Francia si supera il 38% e in Germania il 35%. La marcata preferenza dei risparmiatori italiani per gli strumenti a capitale garantito, come i Btp, soddisfa l’esigenza di stabilità ma limita la partecipazione alle rivalutazioni offerte dai mercati azionari globali.

Il rapporto tra ricchezza e reddito

Un indicatore centrale per comprendere la struttura finanziaria delle famiglie italiane è il rapporto tra patrimonio netto e reddito disponibile. In Italia la ricchezza netta equivale a circa 8,4 volte il reddito annuo familiare, un valore che si posiziona tra i più elevati dell’intera Area Euro. Questo dato riflette una doppia realtà: se da un lato dimostra come l’accumulo di risparmio passato continui a fungere da cuscinetto di protezione per i nuclei familiari, dall’altro mette a nudo la prolungata stagnazione dei salari correnti. Con retribuzioni reali sostanzialmente ferme da oltre un trentennio, con l’Irpef a fare da ammortizzatore sociale, il patrimonio accumulato diventa l’unica vera risorsa per sostenere il tenore di vita, impedendo però la formazione di nuovo risparmio da destinare agli investimenti.

Lo spaccato territoriale e il divario di genere

La distribuzione della ricchezza sul territorio nazionale ricalca le storiche fratture economiche del Paese. Oltre il 65% della ricchezza finanziaria complessiva e dei grandi patrimoni risulta concentrato nelle regioni del Nord Italia, mentre il Mezzogiorno detiene una quota inferiore al 15%, evidenziando una profonda asimmetria nella capacità di accumulo e nella disponibilità di surplus da investire.

A questo squilibrio geografico si affianca un marcato divario di genere. La titolarità dei depositi rilevanti e delle attività finanziarie ad alto rendimento vede una prevalenza maschile che raggiunge il 60%, una conseguenza diretta del gap salariale e occupazionale che continua a ripercuotersi sulla gestione e sulla titolarità dei risparmi familiari.

Distribuzione della ricchezza e l’anomalia della regressività fiscale

I dati del report evidenziano, inoltre, una forte sperequazione nella distribuzione dei patrimoni. Dei 2.107 miliardi di euro di incremento della ricchezza finanziaria registrati nell’ultimo decennio, ben 937 miliardi derivano da azioni non quotate e partecipazioni societarie. Il 98,3% di questi strumenti ad alto rendimento è concentrato nelle mani del 10% più ricco della popolazione, mentre oltre il 50% dell’intero patrimonio netto nazionale appartiene al 5% delle famiglie più benestanti, lasciando al 50% meno abbiente appena il 7,3% del totale.

A questa concentrazione patrimoniale si affianca una marcata distorsione del prelievo fiscale. Ricerche condotte da alcune Università evidenziano come il sistema di tassazione italiano presenti tratti di sostanziale regressività. Un lavoratore dipendente del ceto medio versa allo Stato, tra Irpef, addizionali e contributi, un’aliquota effettiva pari a circa il 45% del proprio reddito. Diversamente, lo 0,1%, contribuenti con patrimoni netti superiori ai 20 milioni di euro, sostiene un’aliquota effettiva media del 32,6%, confermando come la struttura delle imposte finisca per tutelare i grandi patrimoni a discapito dei redditi da lavoro.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963