Il prezzo del petrolio torna a correre e supera quota 113 dollari al barile, spinto dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran che fomentano la crisi dello Stretto di Hormuz.
In apertura di settimana, il WTI sale a 113,69 dollari (+1,93%), mentre il Brent si attesta a 110,67 dollari (+1,64%). Su tale scenario si innesta la decisione dei Paesi dell’Opec+ di aumentare la produzione.
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L’ultimatum di Trump all’Iran
A pesare sui mercati sono soprattutto le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha lanciato un ultimatum a Teheran minacciando attacchi contro infrastrutture energetiche in caso di mancato accordo o di blocco del traffico nello stretto.
Donald Trump ha fissato una nuova scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz, indicando come termine ultimo martedì alle ore 20:00 (fuso orario della costa orientale Usa). Il nuovo rinvio segue una serie di deadline precedentemente fissate e poi posticipate. E Trump ha confermato in diverse interviste telefoniche l’intenzione di bombardare ancora se non verrà raggiunto un accordo entro tale orario.
La nuova deadline arriva dopo un precedente post social dai toni durissimi:
Martedì in Iran sarà la Giornata della Centrale Elettrica e la Giornata del Ponte, tutto in un’unica giornata. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite il maledetto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE! Sia lode ad Allah.
Il mondo guarda con apprensione allo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto dell’offerta globale di petrolio e gas naturale liquefatto. Qualsiasi interruzione o tensione nell’area produce un effetto domino sui prezzi e sulla volatilità dei mercati, nonché sui prezzi finali di beni e servizi. In altre parole, Hormuz ha il potere di innescare una spirale inflattiva.
Le minacce americane e il rischio di escalation con l’Iran alimentano ulteriori timori degli investitori.
Tirando le somme, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha causato un’interruzione dell’offerta stimata fino a 15 milioni di barili al giorno (il 15% della produzione mondiale).
L’Opec+ aumenta la produzione di petrolio
Nel frattempo, i Paesi dell’Opec+ hanno deciso di aumentare nuovamente la produzione di 206.000 barili al giorno a partire da maggio, replicando l’incremento già adottato per aprile.
L’alleanza (che include Arabia Saudita, Russia e altri produttori) ha però lanciato un avvertimento: la ricostruzione degli impianti energetici danneggiati dalla guerra sarà lunga e onerosa, con possibili ripercussioni sull’offerta globale. E senza la sicurezza delle rotte marittime non può essere garantita la stabilità dei mercati. Parlando di petrolio, il punto fondamentale non riguarda solo la produzione, dal momento che i principali Paesi produttori dell’aerea sono impossibilitati a esportare di più a causa del conflitto con l’Iran. Tolta la produzione, l’effettiva capacità di esportare il petrolio si gioca sulla sicurezza di porti, terminali, oleodotti e rotte navali.
E sebbene alcuni Paesi stiano cercando vie d’uscita alternative, queste rappresentano solo una soluzione parziale che non compensa la perdita delle rotte principali.
L’Opec+ ha confermato che la strategia resta graduale e reversibile. Il gruppo si riunirà nuovamente il 3 maggio e il 7 giugno per monitorare una crisi che, per ora, continua a sostenere il rialzo dei prezzi.
Il prezzo del petrolio da febbraio a oggi
L’attuale livello dei costi segna un forte balzo rispetto a fine febbraio, quando il WTI era a 67 dollari e il Brent a circa 72 dollari, con aumenti drammatici sui prezzi dei carburanti.
Già nei giorni scorsi le quotazioni avevano registrato rialzi a doppia cifra dopo le dichiarazioni di Trump, con il WTI in aumento oltre l’11% in una sola seduta.