Prezzo dell’oro in aumento con la guerra in Iran, verso il record dei 6.100 dollari

L’escalation in Iran spinge l’oro a nuovi record: domanda in crescita, stime fino a 6.100 dollari l’oncia e scenari futuri

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

La notizia dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele in Iran, costato la vita alla Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, ha riportato i prezzi dell’oro alle stelle.

Nelle prime ore di scambi il metallo giallo ha registrato un’impennata verticale. L’oro spot è balzato dell’1,9%, attestandosi a quota 5.377 dollari per oncia, mentre i futures Usa hanno accelerato del 2,67%, toccando i 5.388 dollari. Numeri che non rappresentano soltanto una fluttuazione tecnica, ma la reazione degli investitori in momenti di massima incertezza geopolitica.

Perché il prezzo sale

Se il prezzo dell’oro è già cresciuto molto negli ultimi anni, questo shock potrebbe spingerlo ulteriormente al rialzo. Gli investitori, temendo scosse improvvise e un possibile contagio regionale, tendono a ridurre l’esposizione agli asset più rischiosi. In questa ondata di vendite l’oro emerge come porto sicuro.

La sua capacità di conservare valore intrinseco, non legato alla promessa di rimborso di uno Stato né alla performance di un’azienda, lo rende il bene rifugio per antonomasia. Non a caso, insieme all’oro sta correndo anche l’argento (+1,32%), l’altro storico asset difensivo.

A quanto può arrivare il prezzo dell’oro

Con l’attacco in Iran la società di intermediazione Bernstein ha rivisto drasticamente al rialzo le proprie stime sul prezzo dell’oro, delineando uno scenario di crescita strutturale che porterebbe il metallo giallo a toccare quota 6.100 dollari l’oncia entro il 2030, con un primo traguardo intermedio di 4.800 dollari già nel 2026. Alla base di questa previsione vi sarebbe un cambiamento profondo nella domanda istituzionale.

Come spiega l’analista Bob Brackett:

il mercato è oggi trainato da due forze parallele: gli acquisti sistematici delle banche centrali, che non accennano a fermarsi nonostante una lieve moderazione, e i flussi degli ETF, veri e propri “fattori oscillanti” in grado di amplificare la tendenza. Il contesto macroeconomico gioca inoltre a favore: l’aspettativa di due o tre tagli dei tassi Fed nel 2026 potrebbe innescare un rendimento aggiuntivo del 13%, sulla base dei dati storici.

A ciò si aggiungono spinte strutturali di lungo periodo, come la progressiva diversificazione delle riserve globali e l’espansione del deficit fiscale statunitense. Bernstein segnala tuttavia alcuni rischi da monitorare, tra cui una possibile frenata degli acquisti istituzionali e un aumento dei tassi reali, elementi che potrebbero invertire la rotta del trend.

Si teme un calo di prezzo nel futuro?

Ma se c’è chi ritiene che questo evento possa sostenere ulteriormente le quotazioni, c’è anche chi va controcorrente e punta su un ritracciamento. Lo affermano gli analisti di Pepperstone.

Sebbene il balzo del 2,2% dell’oro spot oltre i 5.395 dollari rappresenti una tipica reazione a un’escalation che minaccia le spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, gli strateghi guidati da Michael Brown invitano alla cautela. Nel report affermano:

I mercati sono notoriamente pessimi nel prezzare accuratamente il rischio geopolitico, con i partecipanti che tendono a passare a una visione estrema, prima che teste più razionali prevalgano lentamente ma inesorabilmente.

Tuttavia, nel lungo periodo, la crisi iraniana non fa che rafforzare il caso rialzista fondamentale per il metallo giallo, destinato a rimanere il principale beneficiario dei flussi rifugio in un mondo sempre più incerto.

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