Oro in calo dopo i rimbalzi dei giorni scorsi, ma può arrivare a quota 6.000 dollari

L’oro scende dell’1,2% dopo il Jobs Report. Gli analisti restano però positivi: tensioni geopolitiche e tagli Fed possono spingere i prezzi

Pubblicato:

Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

L’oro arretra nella seduta di lunedì 9 marzo 2026: il contratto spot scende dell’1,2% a 5.109 dollari l’oncia. Il movimento al ribasso segue il rimbalzo di venerdì scorso, arrivato dopo la pubblicazione del rapporto sull’occupazione americana di febbraio, e riflette una fase di consolidamento tecnico che gli operatori stanno osservando con attenzione. Nonostante la correzione della giornata, il livello psicologico e tecnico dei 5.000 dollari rimane il vero banco di prova per le prossime settimane.

Per gli analisti, infatti, il quadro fondamentale resta favorevole al principale bene rifugio. Con le tensioni in Medio Oriente e la crisi delle Borse internazionali, l’oro continua a rappresentare una delle scelte preferite dagli investitori nei momenti di incertezza.

Perché molti comprano oro adesso

Il principale catalizzatore delle ultime sedute è stato il Jobs Report di febbraio, che ha deluso le attese. L’economia americana ha perso 92.000 posti di lavoro nel mese, una cifra che ha immediatamente alimentato i timori di un rallentamento più marcato della crescita. Accanto ai dati macroeconomici, le tensioni geopolitiche internazionali continuano a rappresentare un fattore di supporto strutturale per il metallo giallo. Quando l’incertezza politica si somma alla volatilità economica, gli investitori tendono a cercare protezione nei beni rifugio.

L’oro svolge esattamente questa funzione: non paga cedole né dividendi, ma tende a conservare il valore nel tempo, soprattutto nelle fasi di instabilità valutaria e finanziaria. Il comportamento cosiddetto risk-off (ovvero la rotazione dei portafogli verso asset difensivi) è oggi chiaramente visibile sui mercati. I flussi si stanno spostando dai settori ciclici verso oro, yen giapponese e titoli di Stato dei paesi più solidi.

Le previsioni degli analisti

L’escalation militare in Iran ha spinto diversi istituti a rivedere al rialzo le proprie stime sul metallo prezioso. La società di intermediazione Bernstein ha delineato uno scenario di crescita strutturale di lungo periodo, indicando un primo traguardo intermedio a 4.800 dollari l’oncia entro il 2026 e un obiettivo finale di 6.100 dollari entro il 2030. Alla base di questa revisione, secondo l’analista Bob Brackett, ci sono due forze parallele che oggi muovono il mercato:

gli acquisti sistematici delle banche centrali, che non accennano a fermarsi nonostante una lieve moderazione, e i flussi degli Etf, veri e propri “fattori oscillanti” in grado di amplificare le tendenze del mercato.

Anche il contesto macroeconomico gioca a favore del metallo prezioso. Bernstein stima che l’attesa di due o tre tagli dei tassi da parte della Federal Reserve nel corso del 2026 potrebbe generare un rendimento aggiuntivo del 13%, sulla base dei dati storici.

A questi fattori si aggiungono dinamiche strutturali di lungo periodo, come la progressiva diversificazione delle riserve valutarie globali e l’allargamento del deficit fiscale statunitense.

Il calo previsto da Pepperstone

Gli analisti di Pepperstone avevano anticipato con precisione la dinamica in corso. Lo stratega Michael Brown aveva infatti avvertito che non sarebbe stato sorprendente assistere a un calo dei prezzi con il passare dei giorni. Nel report afferma:

i mercati sono notoriamente pessimi nel prezzare accuratamente il rischio geopolitico, con i partecipanti che tendono a passare a una visione estrema, prima che teste più razionali prevalgano lentamente ma inesorabilmente.

La sessione odierna sembra riflettere esattamente questo schema. Dopo la reazione emotiva seguita all’escalation in Iran, gli investitori stanno ricalibrando le proprie posizioni in modo più misurato, cercando di distinguere l’impatto immediato del conflitto dalle sue reali conseguenze economiche nel medio periodo.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963