È in corso la Settimana del Cervello (16-22 marzo), con l’obiettivo di consolidare una strategia condivisa per rispondere al peso crescente delle patologie neurologiche. Numerosi i temi di cui si parla, dal decadimento cognitivo fino alla malattia di Alzheimer, alle patologie cerebrovascolari ed alla Malattia di Parkinson, che è oggi una delle principali malattie neurodegenerative al mondo e rappresenta la seconda causa di disabilità motoria nell’adulto dopo l’ictus.
Gli esperti della Sin (Società Italiana di Neurologia) fanno il punto in occasione della Brain Awareness Week e insieme a Croce Rossa Italiana e Fondazione Aletheia promuovono un accordo per favorire la prevenzione neurologica, attraverso stili di vita salutari e una corretta alimentazione.
Indice
Parkinson, tra età, genere e genetica
La malattia, pur se esistono anche casi giovanile, colpisce prevalentemente dopo i 60 anni e la sua incidenza è in aumento. Non esiste un’unica causa: la malattia è il risultato della combinazione tra predisposizione genetica, fattori ambientali e condizioni legate allo stile di vita. L’età è il principale fattore di rischio. Con l’invecchiamento aumentano lo stress ossidativo, l’accumulo di proteine anomale e la vulnerabilità dei neuroni dopaminergici, le cellule che nel Parkinson vanno progressivamente incontro a degenerazione.
I sintomi compaiono quando oltre la metà di questi neuroni è già andata perduta. Anche il genere incide: la malattia è circa due volte più frequente negli uomini. Gli estrogeni, secondo diverse evidenze, esercitano un’azione neuroprotettiva modulando infiammazione, metabolismo della dopamina e stress ossidativo. Sul piano genetico, la maggior parte dei casi è sporadica, ma una storia familiare aumenta sensibilmente il rischio. Sono state identificate mutazioni in geni coinvolti nei meccanismi di controllo della qualità proteica e della funzione mitocondriale, come SNCA, LRRK2 e GBA1. Tuttavia, la genetica da sola raramente basta: è l’interazione con l’ambiente a determinare, nella maggior parte dei casi, l’esito finale.
Il ruolo dell’ambiente
Tra i fattori ambientali, l’esposizione a pesticidi ed erbicidi è tra le associazioni più solide: numerosi studi indicano un aumento del rischio in chi ha avuto contatti prolungati, soprattutto in ambito agricolo. Anche solventi industriali come il tricloroetilene e metalli pesanti, tra cui il piombo, sono stati chiamati in causa.
L’inquinamento atmosferico rappresenta un ulteriore elemento critico: l’incremento individuale del rischio è modesto, ma l’esposizione è diffusa e costante, con implicazioni rilevanti su scala di popolazione.
I traumi cranici, soprattutto se ripetuti o severi, sono associati a una maggiore probabilità di sviluppare la malattia negli anni successivi. Le lesioni possono innescare processi infiammatori e favorire l’accumulo di proteine patologiche nel cervello.
Il peso del metabolismo
Negli ultimi anni l’attenzione si è spostata anche sui fattori metabolici. Una metanalisi recente ha evidenziato che la sindrome metabolica – combinazione di obesità addominale, ipertensione, dislipidemia e alterata glicemia – è associata a un aumento del 30% del rischio di Parkinson. L’insulino-resistenza, lo stress ossidativo e l’infiammazione cronica sistemica sono i principali meccanismi ipotizzati.
Il diabete di tipo 2, in particolare, non solo aumenta il rischio, ma è associato a forme più severe e a una progressione più rapida. Anche l’ipertensione e le malattie cardiovascolari possono contribuire al danno cerebrale nel tempo. Sempre più studi indicano inoltre un ruolo dell’infiammazione cronica e della disbiosi intestinale: l’alterazione del microbiota potrebbe favorire la neuroinfiammazione e contribuire ai primi passaggi della malattia. Un’ulteriore conferma del legame sempre più stretto tra intestino e cervello.
Come prevenire
L’elenco di questi elementi mostra che alcuni fattori non sono modificabili. Ma per altri ci sono margini concreti di intervento. L’attività fisica regolare è uno dei fattori protettivi più solidi: diversi studi mostrano un rischio inferiore in chi pratica esercizio moderato o intenso con continuità. L’esercizio aerobico sostiene la funzionalità neuronale, riduce l’infiammazione e può rallentare la progressione dei sintomi.
Sul piano alimentare, un modello ispirato alla dieta mediterranea – ricco di frutta, verdura, legumi, pesce e grassi “buoni” – è associato a un rischio più basso e a un decorso più lento. Caffè e caffeina sono stati associati a una riduzione del rischio, probabilmente per un’azione sui circuiti dopaminergici. Anche il sonno di qualità gioca un ruolo chiave: durante il riposo il cervello attiva sistemi di “pulizia” che contribuiscono a eliminare proteine potenzialmente dannose.
Insomma: iIl Parkinson non dipende da un singolo elemento, ma da una combinazione di vulnerabilità genetica e pressioni ambientali che si accumulano nel tempo. Ad oggi non esiste una prevenzione mirata esclusivamente alla malattia, ma molte delle strategie utili coincidono con le raccomandazioni generali di salute pubblica: ridurre le esposizioni tossiche, promuovere attività fisica e alimentazione equilibrata, controllare diabete e pressione, curare il sonno e ridurre l’inquinamento. In attesa di terapie capaci di modificare in modo decisivo il decorso della malattia, la prevenzione più concreta resta quella che tutela il cervello lungo tutto l’arco della vita. Un approccio integrato che, pur non eliminando il rischio, può contribuire a ridurre il numero di nuovi casi e a guadagnare anni di salute neurologica.