Pensioni, 55mila lavoratori senza reddito: aumento requisiti e rischio nuovi esodati

Per la Cigl fino a 55 mila lavoratori rischiano mesi senza reddito e pensione a causa dell'aumento dei requisiti

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

Oltre 55mila lavoratrici e lavoratori rischiano di trovarsi, a partire dal 1° gennaio 2027, senza reddito e senza contribuzione previdenziale. È l’allarme lanciato dalla Cgil, che in uno studio dell’Osservatorio Previdenza analizza gli effetti dell’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, così come ridefinito dalle ultime modifiche normative. Secondo il sindacato, il quadro che emerge dalle disposizioni introdotte con l’ultima Legge di Bilancio e dall’aggiornamento del Rapporto sulle tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico del Ministero dell’Economia modifica in modo significativo le condizioni su cui erano stati costruiti migliaia di accordi di uscita anticipata dal lavoro.

Chi rischia di restare senza reddito

La platea potenzialmente coinvolta è composta da lavoratori che hanno aderito, negli ultimi anni, a strumenti di accompagnamento alla pensione pienamente legittimi e regolati dalla normativa vigente. Si tratta in particolare di persone uscite dal lavoro tramite isopensione, contratti di espansione e Fondi di solidarietà bilaterali.

La Cgil stima che il rischio riguardi oltre 23mila lavoratori in isopensione, circa 4mila persone che hanno aderito a contratti di espansione e altri 28mila lavoratori usciti attraverso i Fondi di solidarietà. In totale, più di 55mila individui che avevano lasciato il lavoro sulla base di date certe di accesso alla pensione.

L’adeguamento alla speranza di vita

Il nodo centrale è rappresentato dall’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita. Secondo l’analisi dell’Osservatorio Previdenza Cgil, a partire dal 2027 il nuovo quadro normativo prevede un incremento di un mese dei requisiti, seguito da un ulteriore aumento di due mesi nel 2028.

Dal 2029 l’aumento complessivo stimato arriverebbe a tre mesi, rispetto ai due mesi che erano stati precedentemente previsti per il biennio 2029-2030. Un cambiamento che, secondo il sindacato, “modifica radicalmente lo scenario su cui erano stati costruiti migliaia di accordi di uscita dal lavoro sottoscritti fino al 31 dicembre 2025”. In quel periodo, infatti, non erano previsti aumenti né nel 2027 né nel 2028, e la stima per il 2029 risultava più contenuta.

Gli effetti sugli accordi già firmati

Il punto critico, sottolinea la Cgil, è che l’innalzamento dei requisiti interviene su accordi già siglati tra lavoratori e aziende nel pieno rispetto delle regole vigenti all’epoca. L’effetto concreto è quello di costringere le persone coinvolte a inseguire requisiti pensionistici che continuano a spostarsi in avanti.

Secondo l’Osservatorio Previdenza, il rischio concreto è la creazione di una nuova platea di esodati, con caratteristiche diverse rispetto al passato ma con conseguenze analoghe. Le scoperture stimate sarebbero pari a un mese nel 2027, due mesi nel 2028 e fino a quattro mesi dal 2029, periodo durante il quale i lavoratori potrebbero non percepire né reddito né pensione.

Il rischio di nuovi esodati

Il sindacato parla apertamente del rischio di una nuova generazione di esodati. Persone che, pur avendo rispettato le regole e aderito a percorsi di uscita concordati, potrebbero trovarsi improvvisamente senza reddito e senza contribuzione.

Secondo la Cgil, senza misure correttive e senza una salvaguardia specifica, l’adeguamento alla speranza di vita rischia di produrre effetti sociali rilevanti, scaricando interamente sui lavoratori il costo delle modifiche normative intervenute a posteriori.

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