Con l’istituzione della Commissione unica nazionale (CUN) per il grano duro, l’Italia punta a un obiettivo ambizioso: individuare un prezzo unico indicativo nazionale del grano duro di produzione italiana, basato su rilevazioni regolamentate, trasparenti e condivise tra le parti della filiera.
La nascita di questo nuovo strumento di governance non è un dettaglio tecnico. Si tratta infatti di una risposta politica ed economica a una criticità che da anni caratterizza il comparto cerealicolo: la frammentazione dei prezzi, la scarsa leggibilità del mercato e l’asimmetria di potere contrattuale tra produzione agricola e industria di trasformazione.
Cos’è la CUN Grano Duro e perché segna una discontinuità
La Commissione unica nazionale grano duro, istituita il 16 gennaio 2026 in concerto tra il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste e il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, è un organismo paritetico, in cui sono rappresentate in modo equilibrato la parte produttiva e la parte industriale. Il suo compito non è fissare un prezzo amministrato ma individuare un prezzo indicativo di riferimento nazionale e le relative tendenze di mercato, attraverso rilevazioni svolte con criteri omogenei e trasparenti.
In un mercato storicamente basato su borse merci locali, listini territoriali e negoziazioni spesso opache, la CUN diventa il punto di riferimento per contratti, trattative e strategie di filiera. In altre parole, non sostituisce il mercato, ma cerca di migliorare il funzionamento informativo.
Perché il grano duro è un tema centrale per l’Italia
Il grano duro è la materia prima essenziale per la pasta, prodotto simbolo dell’agroalimentare italiano e pilastro dell’export. Eppure, da anni, la filiera vive una contraddizione strutturale. L’Italia è leader mondiale nella trasformazione (molini e pastifici), ma non è autosufficiente nella produzione di grano duro e importa una quota rilevante del fabbisogno.
Questa dipendenza dall’estero, combinata con la volatilità dei mercati internazionali e con pratiche di importazione spesso contestate dagli agricoltori, ha generato forti tensioni. I produttori lamentano prezzi troppo bassi e scollegati dai costi di produzione. L’industria, dal canto suo, rivendica la necessità di approvvigionarsi a condizioni competitive per restare sul mercato globale. La CUN si colloca esattamente in questo spazio di frizione. Non promette prezzi alti per decreto, ma prova a costruire un terreno comune di riferimento, riducendo l’incertezza e rendendo più leggibile il processo di formazione del prezzo.
Verso un prezzo unico nazionale? Cosa cambia davvero
Il prezzo indicativo che emergerà dalla CUN non sarà obbligatorio, ma diventerà il benchmark attorno a cui ruoteranno i contratti di filiera, gli accordi quadro e le trattative private.
Per gli agricoltori, questo significa maggiore prevedibilità delle dinamiche di mercato, un riferimento nazionale che limita il peso di trattative locali penalizzanti, ma anche uno strumento utile per programmare le semine e valutare la redditività. Per l’industria molitoria e pastaria, invece, implica maggiore chiarezza sui trend di prezzo, una riduzione del rischio informativo e la possibilità di costruire politiche di acquisto più stabili e coerenti nel medio periodo.
La CUN Grano Duro non risolverà da sola tutti i problemi della filiera cerealicola, né cancellerà le tensioni tra agricoltori e industria. Ma rappresenta un cambio di metodo, con più dati condivisi, più trasparenza, più responsabilità collettiva. Se funzionerà come previsto, potrà diventare uno strumento decisivo per rendere il mercato del grano duro più equilibrato e, di riflesso, rafforzare la filiera della pasta, uno dei simboli più potenti, e delicati, dell’agroalimentare italiano nel mondo.