Salari in Italia, crescono gli stipendi ma l’inflazione continua a pesare

Salari fermi e inflazione alta, l’Inps fotografa la crisi del lavoro italiano. La proposta della Cgil per difendere il potere d’acquisto

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

Nonostante l’occupazione mostri segnali di tenuta, il mercato del lavoro italiano sconta una crisi salariale profonda, che mina il tenore di vita delle famiglie e allarga le disuguaglianze. Lo certifica l’Inps, analizzando il decennio 2014-2024, con gli stipendi che perdono terreno rispetto all’inflazione. E non solo ci sono distanze siderali rispetto all’Europa, ma anche tra Nord e Sud del Paese, tra uomini e donne e tra settore pubblico e privato.

Una situazione che il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, non esita a definire “grande come una casa”. E lancia una proposta: contratti nazionali con rinnovi annuali per agganciare automaticamente gli stipendi al costo della vita.

Aumenti di stipendio solo sulla carta

Tra il 2014 e il 2024, la retribuzione media nel settore privato è cresciuta del 14,7%, passando da 21.345 a 24.486 euro lordi annui. Nel pubblico l’aumento è stato dell’11,7%, da 31.646 a 35.350 euro. Numeri che, di per sé, potrebbero sembrare positivi. Ma nello stesso arco di tempo l’inflazione cumulata ha viaggiato attorno al 20%, con picchi negli anni della crisi energetica post-Ucraina.

Il risultato è un erosione netta del potere d’acquisto. Come confermato dall’Ocse, all’inizio del 2025 i salari reali in Italia erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021. In sostanza, gli italiani lavorano per comprare meno.

Il divario Nord-Sud e il gender pay gap

La media nazionale, già bassa, nasconde poi fratture profonde. La geografia del Paese si riflette in modo drammatico nelle buste paga:

A questo si somma il divario di genere. Nel privato, le donne nel 2024 hanno guadagnato in media 19.833 euro, circa il 70% dello stipendio degli uomini (28.000 euro). Un dato che, seppur con una lieve tendenza al miglioramento (le retribuzioni femminili sono cresciute nell’ultimo decennio), conferma una ingiustizia strutturale.

Il confronto internazionale

Il quadro diventa ancor più allarmante facendo un confronto europeo. Nel 2024 la retribuzione annua media italiana per i dipendenti si è attestata a 24.486 euro, a fronte di una media Ocse di 74.254 euro, circa tre volte tanto.

Come ha ricordato il governatore di Bankitalia Fabio Panetta in un intervento all’Università di Messina:

Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento.

Divari che non si spiegano solo con il costo della vita, ma con un ritardo nella crescita della produttività, legata a fattori come la bassa innovazione e inefficienze burocratiche.

La proposta dei sindacati

Di fronte a questo scenario, le parti sociali si interrogano su come uscire dalla trappola. La proposta più forte arriva da Landini:

Non è più possibile fare contratti ogni tre-quattro anni. C’è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale del salario per tutelare il potere d’acquisto e assicurare un recupero certo dell’inflazione.

Accanto alla questione della tempistica, i sindacati denunciano la proliferazione dei cosiddetti “contratti pirata“, cioè accordi di secondo livello non rappresentativi che spesso peggiorano gli standard nazionali. “Nel 1993 gli accordi collettivi erano 150/160, oggi sono più di mille. I contratti pirata rappresentano un problema”, avverte Landini.

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