Quanto guadagna un rider in Italia, 8 ore in sella e 2 euro a consegna

Giovani, maschi e spesso migranti: chi sono davvero i rider che tengono in piedi il mercato del food delivery in Italia

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

Non si parli di gig economy: fare il rider non è un lavoretto per arrotondare, dal momento che in Italia il food delivery è diventato sempre più un lavoro a tempo pieno, fisicamente impegnativo, quasi sempre malpagato, svolto in larga parte da giovani e lavoratori migranti.

Otto o dieci ore al giorno in strada, sei o sette giorni a settimana e pagati a cottimo: due, tre, quattro euro lordi a consegna, dentro cui finiscono tempi morti, chilometri, carburante (per chi non pedala ma guida motorini o auto), manutenzione e rischi di ogni tipo.

Chi sono i rider

È il quadro che emerge dall’inchiesta “La condizione di lavoro dei rider del food delivery”, della Nidil Cgil e basata su circa 500 questionari raccolti in tutta Italia in quattro lingue (italiano, inglese, francese e urdu).

Addio, dunque, all’idea del rider come studente che arrotonda. È questo il profilo del rider tipo: uomo, giovane e migrante. Gli uomini sono il 91,7% dei lavoratori del settori e sono per lo più concentrati nella fascia 21-39 anni (63,4%). Ma il dato più strutturale riguarda l’origine: quasi un terzo del campione è composto da extracomunitari. Accanto a una presenza significativa dall’Africa (Marocco, Nigeria, Somalia, Tunisia, Senegal, Gambia, Mali, Camerun, Burundi) compaiono lavoratori provenienti dall’Europa orientale e dall’area mediterranea. Il dato non è banale e rispecchia la difficoltà nel trovare occupazioni migliori e la possibile ridotta capacità nel comprendere appieno le regole del mercato del lavoro italiano, comprensive di diritti e norme sulla sicurezza.

Più app per sopravvivere

Il rider monocommittente oggi è in minoranza: il 55% lavora per più piattaforme, passando da un’app all’altra per garantire continuità di reddito.

Tra gli autonomi dominano due piattaforme:

Just Eat compare in una quota più ridotta (13,9%), ma con una differenza sostanziale: utilizza contratti subordinati. Non a caso, chi lavora con Just Eat spesso affianca l’attività su Glovo o Deliveroo come secondo o terzo impiego.

Quanto guadagna un rider

Il 56,3% dei rider dichiara di guadagnare tra 2 e 4 euro lordi a consegna. Dentro questa cifra entra tutto: attese al ristorante, traffico, chilometri aggiuntivi, carburante, usura del mezzo.

Se il tempo si allunga o i costi aumentano, il rischio resta interamente in capo al lavoratore. Non sorprende quindi che il 55,4% rifiuti le consegne quando il compenso è troppo basso.

I rischi dei rider

Il 92,5% dei rider utilizza mezzi propri. Bici e monopattini elettrici sono diffusi (40,6%), ma una quota rilevante lavora in auto (23,4%), specie fuori dai grandi centri urbani. Per il resto:

Sul fronte della sicurezza il quadro non migliora: il 71,3% riceve formazione solo online, spesso breve (meno di due ore nel 43,8% dei casi) e standardizzata. La formazione in presenza riguarda appena il 16,6%. Il rischio di infortuni per i rider è sempre dietro l’angolo.

Un dato critico riguarda la lingua: nell’81,9% dei casi la formazione è solo in italiano.

I dispositivi di protezione individuale risultano:

La dotazione si concentra su elementi generici (giubbotti, caschi), mentre mancano presìdi essenziali per il lavoro su strada: idratazione, protezione solare, visibilità notturna. La manutenzione e i ricambi ricadono sui lavoratori. Al di là delle sentenze sul lavoro dei rider, che sono stati equiparati ai lavoratori subordinati, il guadagno è molto spesso ancora a cottimo.

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