Le professioni più richieste in Italia nell’era dell’intelligenza artificiale

Il rapporto del Ministero del Lavoro evidenzia il gap di competenze digitali, le figure introvabili e la corsa di imprese e Pa verso l’IA

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

L’avvento dell’intelligenza artificiale e la digitalizzazione dei processi produttivi stanno ridisegnando la domanda nel lavoro. Ne deriva un divario sempre più ampio tra le competenze richieste dalle imprese e quelle effettivamente disponibili sul mercato. A fotografare questo scenario è il documento “Verso l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro”, pubblicato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Secondo il rapporto, le imprese italiane faticano sempre più a trovare figure con competenze digitali avanzate. Il fenomeno riguarda sia i tradizionali profili Stem sia specializzazioni tecniche che finora non erano state associate alla rivoluzione digitale.

Le professioni più richieste

Al vertice della classifica delle professioni più difficili da reperire troviamo matematici, statistici e analisti dei dati, con una difficoltà di reperimento che raggiunge l’80,2%. Seguono progettisti e amministratori di sistemi (78,8%) e ingegneri dell’informazione (74,3%).

Nel dettaglio, le professioni più difficili da trovare in Italia sono:

Le imprese continuano inoltre a registrare criticità nel reperire profili Stem come fisici, astronomi e ingegneri elettrotecnici. Nell’ambito delle professioni tecniche, le entrate con competenze digitali integrate più difficili da trovare sono:

Come la Pa sta cambiando

Il documento va oltre la semplice elencazione delle figure più richieste e dedica ampio spazio all’intelligenza artificiale e al ruolo della Pubblica Amministrazione. Oggi il 51,6% della Pa italiana utilizza servizi di cloud computing, un’infrastruttura chiave per l’IA. Cresce anche l’adesione alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati, che consente l’interoperabilità tra le banche dati pubbliche e coinvolge quasi il 38% di quelle censite.

Sul piano operativo, l’indagine AgID del 2025 ha censito 120 progetti di IA attivi in 45 amministrazioni centrali. Gli obiettivi principali sono il miglioramento dell’efficienza operativa (42%) e l’analisi dei dati (24%). Le tecnologie più utilizzate sono il machine learning tradizionale e, in crescita, l’IA generativa, soprattutto per l’elaborazione del linguaggio naturale.

L’utilizzo dell’IA nelle aziende

Se la Pa sta adeguando le proprie infrastrutture, il mondo delle imprese mostra un’adozione dell’IA in rapida crescita, ma con divari profondi. Nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 dipendenti utilizza tecnologie di intelligenza artificiale; una quota più che raddoppiata rispetto all’8,2% del 2024. Un balzo in avanti significativo, che resta però inferiore alla media Ue del 20%. Paesi come Danimarca (42%) e Germania (26%) procedono infatti a un ritmo molto più sostenuto.

Il rapporto dell’Osservatorio, realizzato con i contributi di Unioncamere, Mimit e Istat, fotografa un’Italia divisa in due. La prima frattura è dimensionale: se il 53,1% delle grandi imprese ha già avviato sperimentazioni o adozioni strutturate, la percentuale scende al 14,2% tra le piccole. La seconda è geografica: il Nord-Est (19,3%) e il Nord-Ovest (17,6%) guidano la classifica, mentre il Mezzogiorno si ferma al 12,2%.

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