Diventare madri in Italia è ancora un percorso complesso, ma soprattutto diseguale e penalizzante. È quanto emerge dal report annuale “Le Equilibriste – La maternità in Italia” di Save the Children, che analizza la capacità delle donne di conciliare vita professionale e privata. Al centro del dossier resta il nodo del rapporto tra maternità e lavoro, dove la child penalty continua a pesare su occupazione, redditi e carriere.
Il quadro restituisce un’Italia in cui questa penalità è estremamente diversificata, con aree di profonda fragilità e regioni dove, invece, il percorso è più agevole. Grazie alla collaborazione con l’Istat, Save the Children propone il “Mother’s Index”, una classifica che ci dice dove è più difficile o facile essere madri oggi.
Indice
Mother’s Index 2025: la geografia della maternità
Il Mother’s Index 2025 scatta la fotografia di un’Italia spaccata. Dopo anni di primato della Provincia Autonoma di Bolzano, il 2025 vede il sorpasso dell’Emilia-Romagna, che conquista la vetta della classifica per facilità di essere madri.
Al contrario, per il quarto anno consecutivo, il Mezzogiorno resta stabilmente sotto la media nazionale. L’Abruzzo (14°) è la prima regione del Sud, mentre la Sicilia chiude la graduatoria all’ultimo posto, preceduta da Puglia e Basilicata (che però risale leggermente al 19° posto). Si registra inoltre uno scivolamento di regioni storicamente virtuose come Friuli-Venezia Giulia e Veneto, che perdono diverse posizioni in un solo anno.
Il peggioramento però è generale rispetto al biennio precedente ed è dovuto a fattori demografici, economici e sociali. Aumentano, per esempio, il numero di donne bloccate in contratti a termine da oltre cinque anni, quello delle madri che lasciano il lavoro nei primi tre anni di vita del bambino e il tasso di mortalità infantile.
Tenendo conto anche di questi fattori, la classifica conclusiva è la seguente:
Essere madre: la prospettiva demografica
L’Italia è nel pieno di una crisi demografica, un fenomeno comune a molti Paesi avanzati che hanno visto una trasformazione radicale dei comportamenti riproduttivi. La diffusione di nuclei con uno o al massimo due figli ha ormai sostituito il modello delle famiglie numerose, mentre l’età media al primo parto continua a slittare in avanti. Questa fase di declino, innescata nei primi anni 2000 e accelerata dalla Grande Recessione, vede oggi i Paesi ad alto reddito stabilmente sotto la “soglia di sostituzione”, con una media di 1,5 figli per coppia.
Non è però solo una questione economica. Il caso della Corea del Sud ne è un esempio: pur essendo un Paese economicamente stabile, nel 2023 ha registrato un tasso di fecondità di appena 0,72 figli per donna, il valore più basso mai osservato a livello globale.
Accanto all’instabilità finanziaria e alle incertezze post-pandemiche, pesa infatti un profondo mutamento socio-culturale. Sta cambiando il modo in cui guardiamo alla genitorialità.
Come evidenzia il dossier:
La scelta di avere figli o di non averne non è più ricondotta esclusivamente a vincoli economici o lavorativi, ma riflette anche dimensioni identitarie, aspirazioni individuali e forme di autodeterminazione.
In questo scenario l’Italia resta un caso critico. Secondo i dati Istat riferiti al 2025:
- tasso di fecondità al minimo storico con 1,14 figli per donna;
- età media al parto in aumento a 32,7 anni;
- 355.000 nuovi nati, in calo del 3,9% rispetto al 2024.
L’ultima volta che l’Italia ha superato la soglia di sostituzione (2,1 figli) risale al 1976. Da mezzo secolo la fecondità italiana non accenna a risalire, confermando un trend di costante diminuzione.
La possibilità di avere figli oggi
Qual è, oggi, la reale possibilità di diventare madri? Secondo i dati del CeDAP (la principale fonte di informazioni sanitarie e socio-demografiche sulla nascita in Italia), la genitorialità si manifesta in fasi della vita molto diverse tra loro. Le madri più giovani (sotto i 20 anni) sono spesso ancora in formazione, fuori dal mercato del lavoro e, talvolta, in condizioni di marginalità.
La fascia 20-29 anni appare invece la più ibrida e incerta: qui la maternità convive con l’instabilità occupazionale o con l’attesa di un primo impiego. È solo dopo i 30 anni che la scelta di avere un figlio si lega a una maggiore stabilità, con una netta prevalenza di donne occupate.
Questo dato conferma quanto la natalità sia strettamente connessa alla sicurezza economica. Di seguito, i dati CeDAP 2025 relativi ai parti per condizione professionale ed età:
| Stato professionale | < 20 | 20-29 | 30-39 | 40+ |
|---|---|---|---|---|
| Occupata | 5,4 | 41,7 | 68,2 | 72,8 |
| Disoccupata | 32,2 | 20,1 | 11,2 | 9,4 |
| Casalinga | 39,4 | 35,1 | 19,4 | 16,8 |
| Studentessa | 21,6 | 2,2 | 0,6 | 0,3 |
| Altro | 1,4 | 1 | 0,6 | 0,7 |
Il rinvio della maternità in Italia è un fenomeno complesso, alimentato dall’allungamento dei percorsi di istruzione, dalla precarietà giovanile (contratti temporanei) e dall’elevata età in cui si lascia la famiglia d’origine. Come sottolinea il dossier “Le Equilibriste”, la fecondità risulta compressa tra due poli opposti: le legittime aspirazioni occupazionali femminili e una rigida organizzazione del mercato del lavoro.
Questa frizione spinge inevitabilmente in avanti le decisioni riproduttive, aumentando il rischio di una “natalità non realizzata”.
Equilibrio con il lavoro: la child penalty
L’arrivo di un figlio non è solo un evento privato, ma un vero spartiacque nella carriera che amplifica le disuguaglianze di genere. Le donne ne sono pienamente consapevoli: circa la metà ritiene che la maternità penalizzi le opportunità professionali, una percezione che sale al 65% tra le giovani tra i 18 e i 24 anni.
Oggi il modello a doppio reddito è diventato la norma, sia per necessità economica legata al costo della vita, sia per una precisa volontà di indipendenza delle donne. In questo contesto, la maternità viene spesso percepita come un ostacolo da gestire o, in alcuni casi, da evitare. Sebbene nella maggior parte dei casi la nascita avvenga quando il percorso lavorativo è già avviato, è proprio in quel momento che si innesca la crisi: avere un figlio piccolo incide drasticamente sulla permanenza nel mercato del lavoro.
Infatti il tasso di occupazione delle madri (25-54 anni) con figli in età prescolare si ferma al 58,2%, contro il 66,1% delle donne senza figli. Questo divario di otto punti percentuali segna una divergenza netta rispetto agli uomini, la cui occupazione non subisce variazioni significative dopo la paternità.
È il fenomeno della child penalty. Secondo i dati del Child Penalty Atlas, in Italia questa penalizzazione è pari al 33%: un crollo che non si riassorbe nel tempo, ma ridefinisce in modo duraturo le carriere femminili.
Un fattore cruciale resta la distribuzione asimmetrica del lavoro di cura, che grava ancora quasi interamente sulle spalle delle madri.
Come riassume efficacemente il dossier:
La nascita di un figlio rappresenta uno dei principali meccanismi attraverso cui si generano e si consolidano le disuguaglianze tra donne e uomini nel lavoro.
I costi della genitorialità, dunque, non sono solo economici ma strutturali, e la loro entità dipende strettamente dal contesto sociale e geografico in cui si vive.
Il supporto alla natalità
Il calo delle nascite non è quindi solo una questione economica, ma di parità e servizi. Dove lo Stato supporta la cura dei figli e la parità di genere, il declino demografico è limitato. Il report di Save the Children evidenzia invece una certa lentezza nel promuovere un reale equilibrio, con misure che spesso hanno un impatto limitato sulla quotidianità delle madri.
La Legge di Bilancio 2026 è intervenuta, per esempio, sui congedi parentali, estendendo l’età del figlio da 12 a 14 anni per l’astensione dal lavoro. Permangono però forti criticità. Tra queste, il congedo per malattia del figlio, che resta una prerogativa quasi esclusiva del settore pubblico. Un’altra criticità è che, senza l’obbligo di congedi di paternità non trasferibili, il carico di cura continua a gravare sulle madri. Nel 2022, infatti, l’89% dei giorni di congedo è stato fruito dalle donne, contro appena l’11% degli uomini.
Sul fronte economico, la Manovra ha confermato l’Assegno Unico Universale e il “Bonus Mamme” (60 euro mensili). Secondo l’Inps, l’Assegno Unico ha effettivamente aumentato del 2,6% la probabilità di un secondo figlio, ma solo tra le madri con Isee sotto i 12.000 euro e residenti nel Nord Italia. Per i redditi medio-alti, l’impatto invece è stato quasi nullo.
Infine, gli incentivi contributivi per l’assunzione di madri con almeno tre figli si scontrano con una platea ristretta e composta per il 92,8% da donne inattive per necessità di cura. Senza asili e supporto domiciliare, l’incentivo al datore di lavoro rischia di restare una misura sulla carta, incapace di portare queste donne nel mercato del lavoro.
Come invertire la rotta?
Per rispondere al desiderio di genitorialità in un contesto così complesso, non bastano interventi spot. Secondo il report di Save the Children, serve un approccio basato sul “ciclo di vita”, che permetta di entrare e uscire dal mercato del lavoro senza penalizzazioni.
Per cambiare davvero le cose, le proposte possono riassumersi in tre direttrici:
- superare la distinzione tra madre e padre a favore di un modello di congedo genitoriale paritario, adeguatamente retribuito e non trasferibile;
- potenziare servizi e sostegni, garantendo una rete capillare di asili nido (pubblici e convenzionati) che copra il reale fabbisogno delle famiglie;
- intervenire nelle imprese per eliminare lo stigma della maternità.
Solo integrando supporto economico, servizi efficienti e politiche del lavoro flessibili, l’Italia potrà smettere di essere un Paese per “equilibriste” e diventare un luogo dove la genitorialità è una scelta libera e sostenibile.