In Italia, quasi il 70% delle dimissioni successive alla nascita di un figlio riguarda le madri. È quanto emerge dal report “Tra nidi, part-time e vertici: perché la parità sul lavoro è ancora un miraggio”, a cura di Valerio Mancini, Direttore del Centro di Ricerca Divulgativo di RBS, che analizza le dinamiche di genere nel mercato del lavoro italiano.
Il problema, come sottolinea lo stesso Mancini, non è l’accesso al lavoro, ma l’incapacità del sistema di trattenere le donne e accompagnarne la crescita professionale nel tempo, che si manifesta con forza proprio dopo la maternità, quando le disuguaglianze latenti diventano spesso irreversibili.
Occupazione femminile in crescita, ma il gender gap resta elevato
Negli ultimi anni il tasso di occupazione femminile ha mostrato segnali di miglioramento. Nel secondo trimestre del 2024, secondo i dati Istat-Cnel, l’occupazione delle donne è aumentata di 0,9 punti percentuali su base annua. Dal 2008 al 2024 l’incremento complessivo è stato di 6,4 punti percentuali, con una crescita marcata tra le over 50, dove l’aumento ha raggiunto circa 20 punti. Al contrario, tra le fasce più giovani i progressi sono stati più contenuti, segnalando una difficoltà strutturale nell’ingresso e nella stabilizzazione delle nuove generazioni.
Nonostante questi miglioramenti, l’Italia continua a scontare un ritardo rispetto al resto d’Europa. Nel 2024 il tasso di occupazione complessivo nella fascia 20-64 anni si è attestato al 67,1%, contro una media europea del 75,8%. Ancora più critico è il divario di genere: il gender gap occupazionale in Italia è pari al 19,4%, quasi il doppio rispetto alla media UE del 10%. Un dato che colloca il Paese tra quelli con le maggiori disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro.
A questo si aggiungono forti fratture territoriali. Nel secondo trimestre 2024 risultava occupato il 62,8% delle donne nel Nord, il 59,9% nel Centro e appena il 37,2% nel Mezzogiorno. Una distanza superiore ai 25 punti percentuali che riflette differenze profonde nell’offerta di lavoro, nei servizi e nelle opportunità di conciliazione. Non a caso, il tasso di inattività femminile resta tra i più elevati in Europa: circa una donna su tre in età lavorativa non è occupata né in cerca di lavoro.
Maternità come punto di rottura delle carriere
La maternità rappresenta il principale snodo critico della partecipazione femminile al lavoro. Nel 2024, come emerge dal report, le lavoratrici madri hanno rappresentato il 69,5% delle dimissioni convalidate nel periodo protetto, contro il 30,5% dei padri. Nel triennio 2022-2024 oltre 180.000 genitori hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio, e circa il 70% erano donne. In media, più di 60.000 madri all’anno escono dal mercato del lavoro in una fase cruciale della loro vita professionale.
Il divario emerge con chiarezza anche nei tassi di occupazione: tra i 25 e i 54 anni lavora il 62,3% delle madri, contro il 91,5% dei padri nella stessa fascia di età. La genitorialità, dunque, continua a produrre effetti asimmetrici, concentrando sulle donne il costo occupazionale e professionale della cura.
Part-time e lavoro discontinuo: una falsa soluzione
Quando l’uscita dal mercato del lavoro non è definitiva, spesso assume la forma di una riduzione dell’orario. Nel 2024 il 29,3% delle donne occupate tra i 25 e i 64 anni lavorava part-time, contro il 6,2% degli uomini. Ancora più significativo è il dato sul part-time involontario, che riguarda il 15,6% delle donne e solo il 5,1% degli uomini. Questo significa che per molte lavoratrici la riduzione dell’orario non è una scelta, ma una necessità imposta dalla mancanza di alternative compatibili con i carichi di cura.
In questo quadro si inseriscono anche le nuove forme di lavoro legate alle piattaforme digitali, al lavoro on demand e ai servizi intermediati da app. Se da un lato offrono flessibilità e accesso al mercato, dall’altro espongono le lavoratrici a redditi discontinui, minori tutele e una protezione sociale ridotta. In assenza di garanzie adeguate, queste modalità rischiano di amplificare la fragilità delle carriere femminili anziché ridurla.
Servizi per l’infanzia e incentivi: passi avanti insufficienti
Negli ultimi anni sono stati compiuti alcuni passi avanti sul fronte dei servizi per la prima infanzia. Nell’anno educativo 2022-2023 la copertura dei nidi ha raggiunto circa 30 posti ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni, in miglioramento ma ancora sotto i target europei. Anche qui le disuguaglianze territoriali sono marcate. Nel Mezzogiorno la copertura resta sotto il 16%, mentre in diverse regioni del Nord supera il 35%. Le differenze nella spesa pubblica per bambino, che va da meno di 500 euro annui a oltre 4.200, incidono direttamente su accessibilità e qualità del servizio.
Sul piano occupazionale, gli incentivi contributivi per le madri lavoratrici hanno un impatto positivo ma limitato, perché si concentrano sul lavoro dipendente stabile e intercettano solo una parte dell’occupazione femminile, spesso caratterizzata da part-time e precarietà.
Presenza senza potere: il nodo dei vertici
La rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione è aumentata, raggiungendo il 43% nelle società quotate nel 2024. Tuttavia, anche l’accesso ai ruoli decisionali resta marginale. Solo il 2,2% degli amministratori delegati e il 3,5% dei presidenti è donna. Anche tra dirigenti e quadri la presenza femminile si riduce progressivamente, segno di una pipeline di carriera che si assottiglia man mano che si sale.
Nel complesso, i dati mostrano che la parità di genere nel lavoro in Italia non si gioca sull’ingresso, ma sulla continuità e sulla qualità delle carriere. Maternità, organizzazione del lavoro e accesso al potere decisionale restano i nodi irrisolti. Per questo motivo, la crescita dell’occupazione femminile rischia di restare un progresso solo quantitativo, incapace di tradursi in una parità reale e duratura.