Quella di Matteo Salvini contro gli autovelox non omologati è una battaglia esistenziale. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha concluso un censimento degli autovelox che restituisce un dato importante.
Su circa 11.000 autovelox sparsi da Nord a Sud, solo 3.800 risultano registrati sulla piattaforma telematica del Mit e circa 1.000 rientrano automaticamente nei requisiti di omologazione previsti dal decreto in fase di adozione. In termini percentuali, meno del 10% degli apparecchi oggi presenti sulle strade italiane può dirsi pienamente conforme.
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Autovelox approvato e omologato
Dietro la questione tecnica dell’omologazione degli autovelox si nasconde un sistema che ha garantito ai Comuni introiti miliardari.
Il censimento è partito lo scorso autunno, quando il Mit ha dato due mesi di tempo alle amministrazioni e agli enti da cui dipendono gli organi di polizia stradale per inserire sul portale ministeriale i dati relativi ai dispositivi di rilevazione della velocità.
La trasmissione delle informazioni è stata indicata come condizione necessaria per il legittimo utilizzo degli autovelox. Questi i dati da trasmettere obbligatoriamente: marca, modello, tipologia, matricola e riferimenti del decreto di approvazione o di estensione.
In assenza di registrazione, la conseguenza era netta: spegnere gli autovelox, sia quelli fissi che quelli mobili. Eppure, a distanza di mesi, le comunicazioni arrivate a Porta Pia riguardano solo un terzo degli apparecchi diffusi sulle strade italiane.
La Cassazione sugli autovelox, quando le multe sono nulle
Ad accelerare l’intervento del Ministero è stata soprattutto la giurisprudenza. Ad aprile 2024, una sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito la nullità delle sanzioni elevate tramite apparecchi approvati ma non anche omologati, chiarendo una distinzione che per anni è rimasta ambigua.
La pronuncia ha aperto la strada a una possibile pioggia di ricorsi da parte degli automobilisti multati da dispositivi non pienamente a norma, cosa che ha fatto tremare i Comuni.
Decreto Autovelox verso Bruxelles
Alla luce degli esiti del censimento, il Mit ha trasmesso il testo del Decreto Autovelox al Ministero delle Imprese e del Made in Italy per la successiva notifica alla Commissione europea, nell’ambito della procedura Tris prevista dalla direttiva UE 2015/1535. La procedura obbliga gli Stati membri a notificare alla Commissione Ue le bozze di regolamentazioni tecniche prima della loro adozione e comporta una clausola di stand still di 90 giorni, durante i quali il provvedimento non potrà essere adottato definitivamente, consentendo a Bruxelles e agli altri Stati membri di esaminarne i contenuti.
Il decreto è stato inviato anche al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici per il parere tecnico di competenza. Secondo il Ministero, il provvedimento tiene conto degli esiti del censimento e consente finalmente di disporre di un quadro “trasparente e verificabile” degli apparecchi in uso: numero, tipologia, marca, modello e conformità normativa.
Autovelox, sicurezza stradale o strumento per fare cassa?
“La volontà è garantire che gli autovelox siano utilizzati esclusivamente per prevenire gli incidenti e non per fare cassa”. È la linea ribadita da Salvini.
Negli ultimi cinque anni, le multe per violazioni del Codice della strada hanno generato circa 8,5 miliardi di euro. Dopo i 1,2 miliardi del 2021, le entrate sono salite a 1,6 miliardi nel 2022, 1,77 miliardi nel 2023 e quasi 2 miliardi nel 2024, per poi registrare un lieve calo nel 2025, attestandosi intorno a 1,9 miliardi. Una flessione che, secondo le associazioni dei consumatori, non è legata a un cambiamento dei comportamenti degli automobilisti, ma allo spegnimento di molti dispositivi dopo le sentenze della Cassazione e ai nuovi vincoli sulle installazioni.
La Lombardia guida la classifica degli introiti, seguita da Toscana ed Emilia-Romagna, mentre tra le grandi città spiccano Milano, Roma e Firenze. I piccoli centri hanno raccolto complessivamente oltre 100 milioni di euro.
Multa da autovelox, cosa fare
Sulla vicenda autovelox la Cassazione si è espressa con l’ordinanza 10505/2024 e con più recenti conferme di fine 2025, come la 26521/2025.
Ad oggi, come detto, la quasi totalità degli autovelox in Italia è solo approvata ma non omologata, poiché manca un decreto ministeriale che regoli la procedura di omologazione. Inizialmente il Ministero dell’Interno ha provato a dirimere la questione con circolari che dichiarano l’equipollenza tra i due termini, ma la Cassazione ha chiarito che una circolare non può superare la legge.
Chi ha ricevuto una multa per eccesso di velocità rilevata con autovelox deve:
- controllare se nel testo della multa viene citato il Decreto di Omologazione. Se viene menzionato solo il “Decreto di Approvazione” o se i due termini vengono usati come sinonimi, ci sono i presupposti per il ricorso. Si può anche richiedere l’accesso agli atti al Comune per visionare il certificato tecnico dell’apparecchio;
- decidere se fare ricorso al giudice di pace oppure al prefetto. Al giudice di pace si ricorre entro 30 giorni dalla notifica. È la via più efficace perché il giudice è un magistrato terzo che segue in via prioritaria l’orientamento della Cassazione. Si paga un piccolo contributo unificato. Al prefetto si ricorre entro 60 giorni dalla notifica. È gratuito (si invia tramite raccomandata o Pec), ma il prefetto è un organo amministrativo che spesso segue in via prioritaria le circolari ministeriali. Se rigetta il ricorso, la multa raddoppia ma si può impugnare il rigetto davanti al giudice di pace.
In ogni caso è meglio tenere presente che ogni ricorso comporta dei rischi: nonostante il trend favorevole della Cassazione, alcuni tribunali minori (come accaduto a Bari o Modena) hanno talvolta dato ragione ai Comuni.
Bisogna poi ribadire quanto viene scritto nei verbali di contestazione: il pagamento della multa (anche in misura ridotta) equivale all’accettazione della sanzione e preclude qualsiasi possibilità di ricorso.