Sovrattassa su colossi fossili, l’Onu chiede a chi inquina di pagare i danni

Un meccanismo fiscale per collegare i profitti dei combustibili fossili ai costi del riscaldamento globale. Obiettivo: 1000 miliardi in 10 anni.

Pubblicato:

Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Il 2026 è iniziato da poco, ma nelle stanze delle Nazioni Unite circola già una proposta che potrebbe fare la differenza per i risarcimenti dei danni ambientali. L’idea è quella di introdurre un meccanismo fiscale che colleghi direttamente i profitti delle grandi aziende dei combustibili fossili ai danni provocati dal cambiamento climatico. In poche parole: chi inquina paga. È una base presente in molte normative ambientali nazionali, ma spesso poco applicata su scala globale.

Se le Nazioni Unite dovessero arrivare a concordare queste nuove forme fiscali, le aziende produttrici di combustibili fossili potrebbero essere costrette a pagare il prezzo dei danni causati al clima. Sono decine i Paesi che sostengono l’idea di norme più severe da far pagare agli inquinatori, ma a pesare sul no c’è l’influenza di queste grandi realtà. Già in passato le proposte sulla tassazione dei profitti di chi produce combustibili fossili sono state semplificate e diluite fino a perdere il loro valore, ma per i Paesi fortemente colpiti dalle conseguenze estreme del cambiamento climatico sarebbero l’equivalente di investimenti in infrastrutture sociali e ambientali fondamentali.

A quanto potrebbe ammontare la tassa sul clima?

Si parte dal presupposto che estrarre e vendere petrolio, gas e carbone generi enormi ricchezze ogni anno. Queste attività però hanno un impatto ambientale che supera i confini nei quali le realtà generano profitti e sono di fatto responsabili dell’aumento delle temperature e degli eventi estremi, delle perdite economiche, paesaggistiche e umane delle zone più esposte e fragili ai cambiamenti climatici. Ma soprattutto, mettono nero su bianco all’Onu, i profitti sono privati, ma le perdite sono pubbliche e globali.

La proposta di un contributo legato ai profitti o alle emissioni potrebbe quindi servire a riparare, ricostruire e investire per prevenire i danni climatici. Un esempio è la Giamaica, dove l’uragano Melissa ha spazzato via il 40% del Pil da un giorno all’altro. Lo racconta la delegata per il Paese Marlene Nembhard Parker, che chiede lo sviluppo di un testo che colleghi tassazione ambientale e cambiamento climatico alle azioni da intraprendere a livello internazionale nei confronti delle industrie più responsabili.

Ma a quanto ammonterebbe? Mentre i Paesi perdono 492 miliardi di dollari all’anno in tasse, anche grazie a chi si sposta nei paradisi fiscali, le compagnie petrolifere e del gas guadagnano centinaia di miliardi. Sottraendo il 20% degli utili dei 100 maggiori produttori, si fatturerebbero oltre 1000 miliardi di dollari in 10 anni.

Il valore del trattato fiscale sul cambiamento climatico

Il tema della tassazione alle industrie fossili per i danni ambientali non è nuovo. È stato proposto già nel 2022, ma non ci sono stati grandi passi avanti. Anzi, per un passo che si fa avanti, se ne fanno anche due o tre indietro, come quando gli Stati Uniti si sono ritirati dai colloqui. Ma anche quando i Paesi più ricchi hanno chiesto di trattare la questione fiscale non in seno alle Nazioni Unite, dove tutti i Paesi hanno voce in capitolo, ma in seno all’Ocse, di cui fanno parte solo le economie avanzate.

In ogni caso, se si discutesse davvero di far pagare ai produttori di combustibili fossili i danni che hanno causato, questi potrebbero contribuire a diminuire il tasso di disuguaglianza globale. Ad oggi lo 0,001% più ricco della popolazione, appena 56.000 persone in tutto il mondo, detiene una ricchezza tre volte superiore a quella del 50% più povero.

La società civile però spinge affinché i danni dei cambiamenti climatici vengano ripagati non soltanto con il sostegno dei propri Stati, ma anche da chi è responsabile di questi. Sergio Chaparro Hernandez, del Tax Justice Network (TJN), chiede che “i ricchi assumano un ruolo guida nel ridurre le disuguaglianze globali e sostenere uno sviluppo resiliente al clima nei Paesi più colpiti, in linea con le loro responsabilità storiche”.

Il valore del trattato fiscale sul cambiamento climatico non è quindi soltanto economico, anche se avrebbe ricadute positive per la ricostruzione e l’adattamento; ma avrebbe anche un impatto sociale e psicologico importante, perché richiamerebbe l’idea di giustizia. I Paesi che subiscono di più gli eventi estremi hanno riassunto con una formula semplice questa proposta: “Chi rompe paga”.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963