Il riciclo della plastica si trova di fronte a un paradosso: mentre le regole comunitarie impongono una quota crescente di plastica riciclata negli imballaggi, una parte significativa degli impianti europei è costretta a fermarsi. Il punto di svolta è rappresentato dalla direttiva europea sulle plastiche monouso del 2019, recepita in Italia nel 2022. La norma stabilisce che, a partire dal 1° gennaio 2025, gli imballaggi debbano contenere almeno il 25% di plastica riciclata. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la raccolta differenziata e ridurre l’uso di materie prime vergini.
Secondo Antonello Ciotti, presidente di Petcore Europe, associazione che rappresenta la filiera del Pet, l’impatto reale è però diverso da quello atteso. “L’obiettivo era rafforzare la raccolta differenziata e il riciclo in Europa, ma dopo tre anni dall’implementazione stiamo assistendo a un risultato inverso”, spiega.
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Impianti in difficoltà e concorrenza extra Ue
I numeri indicati dagli operatori del settore mostrano una situazione critica. Un terzo degli impianti europei di riciclo ha già chiuso e molti altri sono prossimi alla chiusura. La causa principale è economica. Il mercato europeo è sempre più esposto alla concorrenza di materiale riciclato proveniente da Paesi extra Ue, venduto a prezzi nettamente inferiori.
“In quei Paesi i costi di raccolta sono fino a dieci volte più bassi rispetto alla media europea”, osserva Antonello Ciotti. Questo divario strutturale rende difficile per gli impianti europei competere sul prezzo. Il problema si riflette anche sugli obiettivi del Green Deal. “Se l’Europa vuole sostituire il combustibile fossile con i rifiuti, si trova enormemente svantaggiata”, aggiunge Ciotti.
Le regole sanitarie e il nodo dei controlli
Oltre al fattore economico, pesa il quadro normativo. La legislazione europea impone che la plastica riciclata destinata al contatto con alimenti provenga da raccolte certificate e che il 95% dei contenitori abbia avuto una precedente vita esclusivamente alimentare, criteri che aumentano i costi e che non possono essere verificati sui materiali importati.
In assenza di controlli efficaci e di sanzioni per chi non rispetta gli obblighi, molti operatori scelgono soluzioni alternative. “Oggi la plastica riciclata costa circa il 40% in più rispetto a quella vergine”, spiega ancora Ciotti, evidenziando come il differenziale di prezzo spinga parte del mercato a ridurre l’uso di materiale riciclato, nonostante gli obiettivi fissati dalla normativa.
Un sistema che rischia di incepparsi
Il risultato complessivo è un cortocircuito industriale. Gli impianti di riciclo chiudono o riducono l’attività, mentre i sistemi di raccolta differenziata faticano a trovare sbocchi industriali stabili. La difficoltà non riguarda solo il settore industriale, ma coinvolge anche i Comuni e i cittadini, che continuano a conferire correttamente i rifiuti senza avere la garanzia che questi vengano effettivamente trasformati in nuova materia prima all’interno del mercato europeo.
Per superare la situazione attuale, si dovrebbe vincolare il contenuto minimo del 25% a materiale riciclato proveniente da raccolte europee, almeno nel medio termine. Inoltre, si dovrebbe introdurre un sistema di sanzioni puntuali per chi non raggiunge gli obiettivi fissati dalla normativa. Senza un apparato di controlli e penalità, il rischio è che le regole restino sulla carta.