L’agricoltura è ancora il futuro: la bioeconomia italiana vale 433 miliardi

L'innovazione sostenibile passa dalla tradizione della terra: così la filiera bioeconomia diventa uno scudo contro le crisi globali.

Pubblicato:

Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Nel 2025, la bioeconomia italiana ha raggiunto un valore di 433,3 miliardi di euro. Intesa Sanpaolo, nel 12º rapporto sulla bioeconomia in Europa, ha sottolineato come questo sia un settore in crescita e fortemente strategico per resilienza e competitività dell’Italia e dell’Europa. Infatti, in un contesto internazionale ormai segnato da tensioni geopolitiche crescenti e che riduce le opportunità di approvvigionamento, la bioeconomia può essere una risposta per superare gli shock sempre più frequenti e intensi.

Inoltre la bioeconomia è fortemente legata alla ricerca per innovazione e sostenibilità. Due aspetti sui quali l’Europa sta puntando molto lungo tutta la filiera, dalla produzione al recupero. E se per l’Italia il valore si aggira intorno ai 430 miliardi di euro, nel suo complesso la bioeconomia in Europa ha un valore stimato di circa 3.174 miliardi di euro, dando lavoro a oltre 17 milioni di persone (7,8% dell’occupazione totale dell’Unione Europea). Investire in un settore pilastro, per l’Europa, significa quindi aumentare la capacità di resistere alle turbolenze geopolitiche e salvaguardare di conseguenza economia e lavoro.

Cosa si intende per bioeconomia?

Ma facciamo un passo indietro. Che cos’è o cosa si intende per “bioeconomia”? La bioeconomia è un vero e proprio sistema non solo economico, ma anche sociale e che comprende e connette le attività che utilizzano le risorse naturali rinnovabili provenienti da terra e da mare, compresi anche scarti e rifiuti.

Comprende:

Si intende un sistema di produzione primaria, come l’agricoltura, ma anche i settori industriali che trasformano le risorse provenienti da questi comparti come la cellulosa per la carta o l’industria chimica ed energetica.

Fa parte del più ampio concetto di economia circolare, dove tutto può essere usato e riusato per produrre beni, servizi ed energia. Si tratta nel concreto di un comparto legato ai territori e capace di creare filiere complesse, spesso locali, ma anche più ampie e che passano le frontiere.

Oggi la bioeconomia è uno dei pilastri del Green Deal europeo e molti dei progetti del Pnrr investono proprio su questo sistema.

La differenza tra economia circolare e bioeconomia

Non si può parlare davvero di “differenze”, perché il principio dell’economia circolare e quello della bioeconomia sono complementari. La bioeconomia è l’economia circolare, ma basata sul rinnovabile e attraverso i cicli vegetali.

Se l’economia circolare prevede un modello di produzione-consumo-smaltimento dove il rifiuto è considerato come nuova potenziale risorsa per essere riutilizzata, ricondizionata e trasformata in una nuova materia prima; la bioeconomia è un approccio che si basa sull’uso sostenibile delle risorse biologiche.

Non si escludono, anzi la bioeconomia è come uno sguardo approfondito sull’utilizzo delle risorse rinnovabili. L’economia circolare non è obbligatoriamente puntata alla produzione a partire da risorse rinnovabili.

Ma se l’economia circolare si affianca alla bioeconomia, si può immaginare un sistema di uscita dall’utilizzo di fonti fossili e pienamente rinnovabile. Una bioeconomia circolare dove non esiste il “rifiuto”.

Quanto vale in Italia?

La bioeconomia non è un concetto da hippy, ma un sistema economico che è uno dei pilastri del Green Deal europeo. Questo sistema ha raggiunto un valore nel 2024 pari a 3.042 miliardi di euro in Europa e che nel 2025 è cresciuto fino a 3.174 miliardi.

In Italia ha generato 433,3 miliardi di euro di produzione, in crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente. Rappresenta circa il 10% dell’economia nazionale e occupa 2 milioni di persone, corrispondenti al 7,6% del totale dei lavoratori e delle lavoratrici italiane.

Non è però uniforme sul territorio, dove si suddivide tra risorse, competenze e specializzazioni produttive locali. Come racconta il report di Intesa Sanpaolo, le regioni del Nord-est guidano per valore assoluto con circa 37,1 miliardi di euro, seguono:

Mentre nel Mezzogiorno la bioeconomia si distingue per occupazione, con oltre 740.000 lavoratori, la Basilicata e il Molise presentano le incidenze più elevate di valore aggiunto.

Una cosa è certa: la filiera agro-alimentare è centrale in tutta Italia. È infatti il principale motore della bioeconomia nazionale. Il maggior incremento della produzione (+3,8%) è stato trainato dalla filiera vitivinicola.

Il confronto con l’Europa

L’agro-alimentare italiano continua a crescere anche nei mercati esteri, in particolare in Germania, Francia e Spagna. In forma ridotta verso gli Stati Uniti, dove decresce anzi del -4,5%. I motivi sono diversi, ma soprattutto ha pesato nel corso dello scorso anno il tema dei dazi imposti da Donald Trump.

La crescita dell’Italia stupisce soprattutto in quei Paesi dove comunque la bioeconomia è un pilastro economico. Sul valore europeo, che supera i 3.000 miliardi di euro e occupa 17 milioni di operai, le principali economie a contribuire sono:

Solo questi quattro paesi generano complessivamente circa 1.760 miliardi di euro di output e impiegano 7,9 milioni di lavoratori.

L’impatto del conflitto in Medio Oriente

Il conflitto statunitense-israeliano in Medio Oriente, in particolare contro l’Iran che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ha fatto tremare i numeri di questa crescita. Infatti, attraverso lo stretto transita un quarto del commercio mondiale di petrolio liquido e questo ha avuto conseguenze dirette e indirette sulla filiera agro-alimentare italiana.

Infatti, il più rilevante è stato quello delle materie prime di origine fossile, che sono ancora alla base di molti cicli produttivi della bioeconomia, come per esempio il carburante per muovere i macchinari.

Ma non solo, perché l’area del Golfo fornisce i composti chimici essenziali per la produzione dei fertilizzanti e la loro carenza ha portato a delle ricadute dirette sulla produzione agricola. Gli effetti non sono ancora del tutto visibili, né calcolabili, ma è evidente che l’aumento dei costi energetici e il blocco dello stretto si siano scaricati sull’intera filiera.

Per questo l’Unione Europea punta a innovare il settore agro-alimentare e lo fa puntando a una bioeconomia circolare. Tra i trend innovativi ed emergenti l’acquacoltura, le alghe come fonti proteiche alternative, il packaging sostenibile, i biomateriali da scarti agricoli e i fertilizzanti organici. Questi passaggi ci stanno rendendo sempre più indipendenti e sostenibili.

© Italiaonline S.p.A. 2026Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963