La plastica green non esiste, solo il 5% è riciclato e il resto è greenwashing

Dal 2026 nuove norme UE potrebbero certificare come "green" plastica prodotta al 95% dal petrolio. Allarme degli esperti

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

Gli italiani sono sempre più consapevoli sulle tematiche ambientali. Ce lo dice l’ultimo rapporto Ipsos di ottobre 2025 presentato al Salone della Csr e dell’innovazione sociale, secondo il quale il 64% ritiene che le grandi aziende dovrebbero esporsi sul tema della sostenibilità e il 47% dichiara di aver smesso di comprare da quelle aziende che non rispecchiano i propri valori.

Anche le imprese si fanno più attente, con il 15% delle aziende italiane che punta al “green core”. Eppure, c’è un elefante nella stanza: la plastica che invade la grande distribuzione. Per ovviare a questo, considerando l’impatto della plastica su animali e natura, sono molti i brand a pubblicizzare imballaggi come “sostenibili”.

Si tratta di un fenomeno comune in tutta Europa che coinvolge grandi marchi, i quali utilizzano confezioni in plastica come contenitore principale per salse, formaggi e prodotti simili. Secondo una recente inchiesta, però, molti prodotti utilizzano un’etichetta sostenibile a fronte di un utilizzo minimo di plastica riciclata rispetto al materiale vergine ricavato dal petrolio. Dietro questa pratica c’è una strategia che l’Europa sta per legalizzare con nuove norme in vigore proprio a partire dal 2026.

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Il greenwashing della plastica sostenibile

L’inchiesta condotta dal The Guardian e da altre testate internazionali porta alla luce come l’Europa, sotto pressione dell’industria petrolchimica, stia per legalizzare una pratica che permetterebbe di certificare la plastica come “sostenibile” anche quando non lo è affatto. Il cavallo di Troia dell’industria è la pirolisi, un processo chimico che promette di trasformare i rifiuti plastici in “olio di pirolisi”, ovvero materia prima riciclata.

Questo olio, però, può costituire al massimo il 5% della materia prima totale; deve essere infatti diluito con circa il 95% di nafta, un derivato del petrolio, per evitare di danneggiare gli impianti. Quindi, anche se l’intero processo viene etichettato come “riciclaggio della plastica”, l’uso di combustibili fossili non diminuisce. Anzi, in molti casi aumenta. Lo spiega Helmut Maurer, ex esperto senior del Dipartimento Ambiente della Commissione Europea.

Un ulteriore problema riguarda il calcolo del tasso di riciclaggio. Si chiama “contabilità di bilancio di massa” e permette un calcolo errato alla base. L’esempio riportato nell’inchiesta è emblematico:

Se il 5% di olio di pirolisi viene miscelato al 95% di nafta su un totale di 100 tonnellate, quelle 5 tonnellate possono essere certificate come imballaggio riciclato al 100%, anche se contengono quasi esclusivamente materie prime fossili.

Da qui la denuncia di greenwashing: i consumatori sono spinti a credere che il contenuto riciclato della plastica che stanno acquistando sia totale, quando la realtà è ben diversa.

L’impronta di carbonio della pratica

L’approccio è simile per quanto riguarda la riduzione delle emissioni. Per calcolarla, viene sottratto il carbonio che sarebbe stato rilasciato se quel volume di rifiuti fosse stato incenerito. Si ottiene così un risparmio apparente rispetto alla produzione di plastica vergine.

Tuttavia, i registri pubblici suggeriscono che l’olio di pirolisi utilizzato da colossi come Sabic rappresenti meno del 5% della materia prima totale. A fronte di 2.600 tonnellate di olio di pirolisi, la quantità di nafta utilizzata è di ben 4 milioni di tonnellate.

Lo stesso gruppo petrolchimico ammette che l’intero processo emette tra il 6% e l’8% in più di CO2 rispetto alla produzione di plastica vergine tradizionale. Eppure, il messaggio che arriva a scaffale è quello del “risparmio” (circa 2 kg di CO2 in meno per chilo di plastica) basato sul calcolo dell’incenerimento evitato.

Come fa notare Maurer, ciò che conta non sono le emissioni ipotetiche derivate dall’incenerimento evitato, ma ciò che viene effettivamente emesso nella realtà. Mentre i produttori non rispondono alle domande dei giornalisti, Peter Quicker, professore all’Università di Aquisgrana, ricorda che questi report sulle emissioni hanno un unico scopo: il marketing.

Le aziende manovrano i parametri per ottenere il bollino verde desiderato. Il motivo? Con il calo del consumo di carburanti per i trasporti, la plastica è diventata l’ultima, grande frontiera del profitto per le compagnie petrolifere.

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